Femminicidio in Italia: obiezioni e contro-obiezioni

di Giovanna Cosenza - 9 Maggio 2013

Come studiosa di comunicazione odio le strumentalizzazioni, e in questo caso il fetore è forte. So inoltre che la violenza sulle donne è soprattutto un problema culturale, che si risolve solo a media e lunga scadenza. Dunque? Propongo a tutti le parole di Till Neuburg

Giovanna Cosenza Nell'ultimo anno in Italia si è parlato molto di femminicidio. E negli ultimi giorni l'attenzione mediatica sul tema ha avuto un'ulteriore fiammata. È un argomento doloroso e, nonostante le apparenze, "divisivo", come si dice ora: piovono accuse, gli animi si scaldano, molti/e sono addirittura infastiditi/e dalla stessa parola "femminicidio" (devo ammettere che anche a me non è mai piaciuta molto). Tipicamente, le obiezioni contro il clamore mediatico sul femminicidio sono:

1) Non serve: che senso ha firmare contro il femminicidio? (sono numerose le petizioni che circolano in questi giorni) Come possono un po' di firme (poche o molte o moltissime che siano) impedire che le donne siano ammazzate dai loro ex o attuali compagni, fidanzati o mariti? A che serve parlarne sui giornali e nei talk show, se non a chi scrive gli articoli e partecipa ai talk show o li conduce? Certo non serve a impedire che le donne siano ammazzate.
2) Non è vero che in Italia muoiano per mano maschile tutte le donne che di volta in volta si dicono: i numeri sono inesatti. C'è chi trova un errore, chi ne trova un altro, chi nega che i numeri siano aumentati negli anni, chi lo ammette ma di poco.
3) Giusti o sbagliati che siano i numeri, sono molto inferiori al numero di morti per incidenti stradali o sul lavoro. Dunque non è un'emergenza, dunque il tam tam non ha senso e va visto come pura strumentalizzazione della violenza e della morte.
4) Giusti o sbagliati che siano i numeri, sono comunque inferiori a quelli di altri paesi europei e nel mondo. Dunque - di nuovo - non è un'emergenza, dunque il tam tam non ha senso e va visto come strumentalizzazione della violenza e della morte.
5) Ci sono anche donne che ammazzano uomini: qualcuno riporta numeri e ricerche, che immediatamente qualcun altro confuta. In ogni caso - e spesso in nome della parità - si considera ingiusto parlare di uomini che ammazzano donne senza parlare anche di donne che ammazzano uomini.
6) Sicuramente dimentico qualche obiezione.

Come e dove mi colloco io? È da tanto che cerco, senza trovarle, le parole per dirlo. Perché? Odio le strumentalizzazioni, che come studiosa di media e comunicazione annuso, purtroppo per me, lontano un miglio: in questo caso il fetore è forte e vicino. So inoltre che la violenza sulle donne è soprattutto un problema culturale, che non si cancella a colpi di titoli di giornale. Né tanto meno si risolve in fretta, ma solo a media e lunga scadenza, lavorando a casa, a scuola (fin dalle materne), in università, nei quartieri, in strada, in ufficio, nelle aziende, nei tribunali (mai dimenticarli!), in tutti i luoghi e pertugi possibili, in modo capillare, continuo e indefesso. Dunque?

Dunque ti propongo le parole di Till Neuburg: maschio adulto non veterofemminista e nemmeno neofemminista, fine conoscitore della cultura e storia italiana, molto più esperto di me in fatto di comunicazione e strumentalizzazioni mediatiche. Con queste parole, in cui mi riconosco, Till risponde ad alcune delle obiezioni che ho elencato sopra, che gli arrivano da parte di un collega comunicatore che cita a sua volta altri:

Caro X, come hai sollecitato, ho letto bene prima di commentare. Purtroppo la tua esortazione è giustificata (parecchi titoli di giornale, dibattiti e proteste pubbliche non nascono da riflessioni, ma da riflessi condizionati dai media), ma i numeri che citi tu non sono il fulcro del problema.

Spesso, in sé, i numeri dicono poco. Bisognerebbe relazionarli, incrociarli. Ma mi viene il dubbio che anche in anni lontani gli uomini italiani che uccidevano donne siano stati numerosi. Forse persino di più di quanto succeda oggi. Il fatto nuovo e "scandaloso" è che oggi, finalmente, di violenza maschile sulle donne, si scrive e si parla.

A me non importa se il Guinness dei Record birrificato da Bruno Vespa o dalla Palombelli elenchi le statistiche di tante atrocità individuali, personali, familiari. Se un solo uomo ammazza una sola donna per motivi di sopraffazione sessuale, religiosa o culturale, a me basta e avanza per considerarlo un malvagio, un debole, un manovale dei poteri loschi, dell'ignoranza. Un solo assassinio di questo tipo, per me è già un segnale inquietante.

Chi ha l'età per aver visto alla tv il processo ai violentatori di Franca Viola, non dimenticherà mai il truce ghigno d'intesa tra lo stupratore, i suoi complici e il loro legale, quando nell'aula facevano comunella per irridere e sputtanare (nell'autentico senso della parola) la vittima e il suo - isolato - difensore, l'avvocato Ludovico Corrao. Quel grand guignol non era andato in scena ai tempi della Santa Inquisizione, ma in pieno miracolo economico, cioè nel 1965, neanche mezzo secolo fa.

Ricordiamoci che in Italia il divorzio è stato introdotto solo nel 1970, l'aborto legale nel 1978 mentre l'articolo 587 sul "delitto d'onore" era stato abolito soltanto nel 1981 - sedici (!) anni dopo quello squarcio nella cultura di un paese in gran parte ancora bigotto, oscurantista e maschilista.

Mettere a confronto i morti per omicidio, per alcolismo o per incidenti stradali non può stabilire una scala di priorità. Sono tutti fenomeni gravi, spaventosi, ma oggi, in quest'epoca, ora (proprio così: se non ora, quando?), le prevaricazioni del potere sulle donne (economico, politico, religioso) non sono più solo un tema di dibattiti tra maschietti più o meno progressisti o cattobuonisti. Ora se ne occupano, in prima persona, la donne. Se poi, noi uomini decidiamo di stare di là o di qua, è certamente importante, ma non è più decisivo. [NOTA MIA: qui, e solo qui, caro Till, dissento: in realtà è decisivo, e molto. Come tu stesso più sotto rilevi.]

A chi perde, per mano maschile, una madre, una figlia, una sorella, un'amica... importa poco se la vittima è stata la numero 126 o 142. Quel ranking importa ai pretacci, ai gazzettari, ai quei laidi mascalzoni che ci campano con gli scoop e gli ammonimenti familisti, agli opinionisti e ai conduttori dei talk show.

A noi comuni cittadini, tocca fare altre cose: ogni volta che al bar, per strada, sul lavoro, un "collega" va giù pesante nei confronti di una donna, dobbiamo sputtanarlo ad alta voce. Non redarguirlo con parole sagge (la saggezza non è il mio forte, e me ne vanto), ma accusarlo di istigazione alla violenza. Esattamente come quando mi trovo di fronte a uno che esprime pensieri zozzi contro un mediterraneo o uno straniero.

Non sottovalutiamo il potenziale che noi uomini abbiamo per ridurre drasticamente questa vigliacca sopportazione delle reiterate sopraffazioni sulle donne. Possiamo agire, ogni giorno, a livello individuale, in famiglia, sul lavoro, in ogni momento, luogo e circostanza dove un debole, un idiota, un opportunista, un violento, usa gesti e parole per perpetrare "il possesso" delle donne. Sì, dico "possesso", perché alla fine, solo di questo si tratta.

Ho sempre schifato - e continuo ad avversarli - gli artisti maschilisti mitizzati e osannati, come D'Annunzio, Helmut Newton e Fellini. Non m'importa se erano grandi visionari, creativi, poeti. Il solo fatto di avere inquadrato oltre la metà dell'umanità, con occhi razzisti, me li fa disprezzare.

Dal punto di vista meramente numerico, scoperchi cose giuste. Ma, per me, il problema non è questo. Oggi, come umano tendenzialmente maschile (nel senso biologico e procreativo), non posso più scappare dalla realtà, dalle idee, dalle innovazioni, dalle ribellioni espresse quotidianamente dalle donne. E tutto questo nuovo, difficile, bellissimo, casino non solo mi obbliga a comportarmi bene, ma a ribellarmi alla volgarità, alla sopraffazione, alla violenza che vivo e vedo, leggo e sento intorno a me. Till Neuburg


Dal blog di Giovanna Cosenza

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