Modelli accademici

di Michele Sorice - 23 Settembre 2012

Secondo i bandi ministeriali, per stare "sopra le mediane" devi aver pubblicato, a prescindere dal "come" e dalla qualità del lavoro svolto. Ho pensato ai giovani ricercatori con cui lavoro, che forse non potranno mai pagare 7-8.000 euro per pubblicare i loro lavori. Con buona pace della Costituzione e della retorica su governance e accountability della nuova università

Michele Sorice Ci sono tanti possibili modelli di Università e dentro questi modelli si possono svolgere le diverse funzioni (docenza, ricerca, management, etc.) in molti modi differenti. Vediamoli in dettaglio.

Primo modello

Uno dei modelli della ricerca accademica è quello del networking (termine di moda e molto abusato ma che in realtà rappresenta la regola per gran parte della migliore ricerca scientifica internazionale da molti anni). I ricercatori si incontrano, a volte discutono usando Skype, predispongono progetti, stabiliscono una metodologia, definiscono parametri, testano strumenti di analisi (dagli acceleratori di particelle a un questionario per la ricerca sociale). Poi si passa alla fase della ricerca sul campo (la fase field): faticosa, a volte lunga e costellata di errori da emendare e quindi ricominciare, altre volte capace persino di costringere a un ripensamento delle premesse concettuali e degli strumenti operativi. Alla fine si arriva ai risultati; a volte clamorosi, altre volte attesi ma comunque utili per studiare un fenomeno (fisico, chimico, biologico, sociale, politico...). I risultati spesso vengono diffusi online, nei siti dei centri di ricerca, disponibili per lo più gratuitamente e soprattutto pronti per essere discussi dalla comunità scientifica (è quella che viene chiamata fase della disseminazione dei risultati). A volte la discussione produce ripensamenti, altre volte conferme. Dietro ogni risultato ci sono anni di lavoro di ricerca. La pubblicazione (anche on line) dei report di ricerca è un momento di soddisfazione e di crescita. I ricercatori hanno lavorato seguendo queste regole per anni, da anni.

Immagino che ci sia un modo per valutare questo lavoro. Ho cercato nei bandi ministeriali sui concorsi e non ne ho trovato traccia.

C'è però anche la possibilità di pubblicare i propri risultati su riviste scientifiche internazionali. Molto spesso accade. Riviste prestigiose. Prestigiose? In Italia dipende: fanno parte della fascia A o della fascia B? Dipende anche questo. Una rivista può essere fascia A in un raggruppamento disciplinare e B in un'altra. Strano, pensavo che o una rivista è coerente (e allora se è di fascia A lo è sempre) o non lo è (e allora in altri raggruppamenti non dovrebbe proprio apparire). Si possono trovare anche altre sorprese, però: per esempio, che prestigiose riviste internazionali non sono in fascia A mentre ci sono quelle notoriamente di basso livello scientifico che talvolta si autodefiniscono peer reviewed (tanto poi decide il direttore). Se il ricercatore ha pubblicato la sua ricerca su una rivista prestigiosa (ma che qualcuno sulla base di metodi di valutazione abbastanza aleatori ha definito di fascia B) il suo lavoro varrà un po' di meno. Nel sistema di valutazione italiano, s'intende.

Di solito i ricercatori che lavorano così fanno anche docenza. Tengono uno, due, tre corsi. A volte, complice il precariato (e quindi la necessità di arrotondare ma anche di crescere professionalmente) insegnano in più di una università. Ovviamente qualcuno li ha nominati (gli organi accademici) in virtù del loro CV. Persone qualificate, per lo più: garanzia per le università (e i loro studenti) e riconoscimento legittimante per i ricercatori.

Immagino che ci sia un modo per valutare questo lavoro. Ho cercato nei bandi ministeriali sui concorsi e non ne ho trovato traccia. No, non è un errore di "taglia e incolla", ho volutamente ripetuto la frase. Sembra che la tanto decantata didattica non conti granché. Avevo cominciato a sospettarlo una decina d'anni fa ma pensavo che fosse una mia ipersensibilità derivante dalla passione (scomposta, lo ammetto) che ho per insegnare. Ora so che la frase che tanti anni fa mi disse un collega un po' "baronale" (che c... te ne frega degli studenti, ci sono cose più importanti) non solo aveva un senso ma è diventata prassi. Legittimata dai sistemi di valutazione.

Ho paura che il primo modello di ricercatore e docente universitario sia costretto a soccombere. Perdente.

Pazienza, c'è comunque un secondo modello.

Qui il ricercatore non fa networking, non fa lavoro di gruppo, anzi non fa gruppo. Prende molto e poco o nulla dà. Insegna a volte. Anche perché non è che lo chiamino spesso: non offre grandi garanzie. Lavora per lo più nella tranquillità della sua stanzetta (o del suo studio, come preferite) e scrive. Scrive, scrive. Non necessariamente cose di qualità. A volte persino prodotti impresentabili, di scarso valore scientifico. Però anche quelli si possono pubblicare. Non essendoci ricerca non ci sono siti internet (tanto non valgono) però si possono fare libri. Basta avere 5, 6, 7, 8.000 euro (dipende dal libro) e si pubblica a proprie spese.

Immagino che non si possa valutare meccanicamente questo lavoro, che magari qualcuno dovrà leggerlo, per vedere se ha almeno un senso. Ho cercato nei bandi ministeriali sui concorsi e, beh qui ho trovato qualcosa. Per stare "sopra le mediane" devi aver pubblicato, mica come, cosa, con che risultato! Niente di male a pubblicare un libro a proprie spese, a volte è il solo modo di farsi conoscere. Lo fece anche Montale e se non lo avesse fatto non sarebbe forse diventato un Nobel della letteratura. Non ci partecipò a concorsi universitari però.

Ho pensato allora alle/ai giovani ricercatrici/ricercatori con cui ho l'onore di lavorare. Non so se potranno mai permettersi di pagare 7-8.000 euro per pubblicare i loro lavori (egregi o meno che possano essere). E così partono già svantaggiati. Con buona pace della retorica su governance e accountability della nuova università italiana; con buona pace dell'eguaglianza delle opportunità; con buona pace della Costituzione.

Concludo, scusandomi per aver citato la Costituzione (e due!). So che molti pensano che sia un libro vecchio, noioso e inutile. Però può sempre essere utile come oggetto di archeologia funzionale su cui scrivere un saggio su una rivista. Di fascia B, s'intende.

Dal blog di Michele Sorice

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