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L'Aura è una piccola fabbrica di Nervi che dal 1948 sfornava squisiti cioccolatini. Fu liquidata alla metà degli anni Novanta per finire poi fra le società controllate da Gianpiero Fiorani. I primi - e purtroppo gli unici - ad annusare, dodici anni fa, il tanfo della speculazione dietro il profumo del cioccolato furono diciannove lavoratori dello stabilimento. Nel 1998 si erano rivolti ai giudici sostenendo che la gestione dell'azienda mirava a renderla improduttiva. I dipendenti sospettavano che la nuova proprietà, che aveva avviato le procedure di licenziamento denunciando una crisi finanziaria, volesse semplicemente chiudere baracca e burattini per sostituire ai sacchi di cacao quelli più pesanti e remunerativi nel breve periodo, del cemento per abitazioni. Così, per svelare quello che secondo loro era un trucco, decisero di compiere il passo più difficile: chiedere il fallimento dell'Aura. Perché, sostenevano i lavoratori, se davvero l'azienda era decotta, cioè incapace di pagare i propri debiti, il fallimento era una strada obbligata. Ai diciannove è andata male, ma dopo tanti anni, oggi è possibile svelare alcuni retroscena inediti di quelle vicende. Avevano le narici tappate i sindacalisti, i giudici, i politici.
Eppure, se già in un articolo su «la Repubblica» del 1999, Vittoria Puledda scriveva: «Il Caso Aura. L'ombra del conflitto di interessi sulla Popolare», qualche segnale doveva pur esserci. Il fatto è che l'affare
Aura pare proprio esser stato una delle prime partite d'allenamento del banchiere di Lodi e dei suoi amici. Non ci fossero stati gli investigatori milanesi, oggi non sarebbe così evidente che quella dell'Aura era la storia di una speculazione annunciata.
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