La scuola è uscita dall'agenda della politica e sopravvive grazie al contributo generoso dei precari, ma rimane la vera piazza della democrazia, in cui educare alle regole e alla legalità. Gli insegnanti? Resistono, ma vanno formati in maniera seria e adeguata ai tempi
La scuola italiana è ancora un bene pubblico? A chi o a cosa deve "resistere"? L'abbiamo chiesto ad Alex Corlazzoli, autore del libro "La scuola che resiste", in uscita per Chiarelettere.
La scuola italiana è un bene pubblico e soprattutto un bene comune, un po' come l'acqua o come l'aria. Non ho parere contrario alla scuola privata: certo è che uno Stato moderno, una società moderna deve garantire ai propri cittadini la migliore scuola pubblica in assoluto. Oggi a resistere nella scuola pubblica devono essere prima di tutto gli insegnanti. Insegnanti che però devono fare autocritica, devono voler così bene alla scuola da rendersi conto di tutto ciò che non funziona. Abbiamo bisogno, per esempio, di insegnanti che sappiano insegnare informatica, e di aule connesse a Internet; abbiamo bisogno di insegnanti di inglese che sappiano realmente insegnare inglese. Sono due capisaldi, l'informatica e l'inglese, per affrontare l'Europa in futuro. Oggi, di fatto, non abbiamo insegnanti formati all'altezza per insegnare l'informatica e l'inglese in modo da consegnare, ai cittadini di domani, gli strumenti per affrontare il mercato europeo mondiale.
Ma resistere nella scuola significa anche permettere ai genitori di essere veramente partecipi, costruendo la scuola insieme agli insegnanti. Non sono solo gli insegnanti che fanno la scuola, ma siamo "noi": insegnanti, genitori e bambini, o forse bambini, genitori e insegnanti.
Riforme contraddittorie, fondi scarsi, aule fatiscenti. La scuola italiana riesce ancora a essere un luogo di formazione e a trasmettere valori?
È una scuola in cui, all'inizio dell'anno, arrivano studenti con la cartella nuova, l'astuccio nuovo ma anche i pacchi di carta per la fotocopiatrice. È una scuola in cui, ad esempio a Bologna, i ragazzi comprano non solo i gessi, ma addirittura i registri ai maestri. È un scuola in cui i genitori devono portare a scuola 5,10, addirittura 100 euro, per contribuire alle spese della scuola. Eppure una scuola così, ridotta come la Caritas, è ancora un agorà, una piazza interessante in cui la democrazia deve essere protagonista. Noi maestri abbiamo il compito innanzitutto di educare alla democrazia, di andare in classe e, con la Costituzione, educare i nostri ragazzi a diventare cittadini. È qui che scatta il meccanismo. È qui che possiamo, come scuola, essere in grado di formare una generazione nuova. Quando entro in classe, talvolta chiedo ai miei ragazzi: "Andiamo in pizzeria: dopo aver mangiato, il titolare ci fa capire che, se ci fa lo scontrino, paghiamo 20, se invece non ci fa lo scontrino paghiamo 5. Voi cosa fate?", risposta: "Maestro non prendiamo lo scontrino e paghiamo 5". Ecco, qui sta la capacità della scuola di appassionare i ragazzini alle regole, alla legalità. In questo sta la scommessa da parte degli insegnanti e soprattutto da parte della scuola. Non è possibile fare una scuola basata solo sui programmi. Ho sentito dirigenti dire che il bambino si deve adattare al programma. Per me è una bestemmia! Nella mia scuola il programma sta nel cassetto, si parte dal bambino, dalla sua esperienza e si costruisce un percorso insieme.
Quale futuro prevede per la scuola pubblica? E' destinata al declino in favore di quella privata e di chi potrà permettersela?
Credo che in una scuola come quella di oggi, dove la politica non ha mai avuto interesse ad investire realmente, che negli ultimi 20 anni è stata portata avanti con il grande contributo dei precari, gente che lavora dal primo settembre al 30 giugno e finito quel periodo non ha più lo stipendio, che si ritrova i primi di settembre a sapere se avrà ancora una cattedra, ecco in a scuola così non c'è continuità, non c'è qualità. Questo sicuramente porta a un declino e induce certi genitori a guardare con attenzione altre forme di scuola.
Si sta sviluppando un fenomeno nuovo: ho contato oltre 70 esperienze di scuola fatta in casa. Genitori che si mettono insieme - ne ho incontrati qualche mese fa a Faenza, li ho incontrati sulle colline bolognesi - e cercano in qualche modo di fare loro scuola. Magari mamme che non vanno a lavorare, che si auto organizzano per fare scuola o che pagano educatori per fare una scuola diversa, una scuola libera da etichette. C'è una dicotomia in questo paese: le scuole delle città, con bambini che arrivano a scuola in Suv, e le scuole di campagna dove c'è ancora un tasso di analfabetismo di ritorno abbastanza pesante. Proviamo ad andare a vedere in un paese di campagna di 2000/3000 anime quanti giornali vengono letti in una giornata. Proviamo ad andare a vedere la percentuale di personal computer che vi sono nelle case e la connessione internet. Di fronte a questo scenario, a questa dicotomia tra l'Italia di tanti campanili e l'Italia delle città, noi dobbiamo guardare con attenzione a quell'Italia dei tanti campanili, a quell'Italia che non avrà mai la possibilità di mandare i propri figli in una scuola privata, che potrà mai dare ai propri figli un futuro, insegnandogli a padroneggiare l'inglese alla perfezione, o a usare il personal computer. C'è ancora forse, proprio come diceva Don Milani, una diversa scuola a seconda delle diverse classi sociali. Questo non lo possiamo permettere e in qualche modo dobbiamo affrontarlo in maniera decisa, mettendo di nuovo la scuola nell'agenda della politica. Non basta annunciare un concorso: abbiamo bisogno di pensare alla formazione degli insegnanti in maniera seria e adeguata ai tempi.
La situazione della scuola privata è così differente? Quali sono le condizioni di insegnamento? Quali servizi si possono migliorare?
La scuola privata dà in qualche modo delle possibilità diverse, ma è un recinto in cui spesso non si fanno i conti con gli stranieri, o con i migranti. Non è il mondo reale. Nel mondo reale basta camminare per la strada per accorgersi che ormai c'è una miscellanea tra coloro che arrivano dalla Siria, dalla Giordania, dal Marocco, dall'Albania, dalla Romania e i nostri ragazzini italiani. La scuola privata, dove peraltro non è facile accedere, è una scuola che ha, tra l'altro, dei docenti sottopagati, ragazzi magari costretti da questo nostro mondo, dalla nostra società, a lavorare nella scuola privata proprio perché nella scuola pubblica non hanno la possibilità di lavorare. E' una testimonianza diretta che ho raccolto da parte di una dirigente di una scuola privata della Lombardia, che mi confidava proprio il fatto che i suoi insegnanti guadagnano 600/700 euro al mese. Ma come si può pensare che un individuo, un lavoratore possa restare a lungo in quella scuola privata? Che possa insegnare con libertà in quella scuola privata dove magari guadagna 600/700 euro al mese? Dobbiamo riprendere in mano gli articoli della Costituzione che parlano della scuola e, senza eliminare le scuole private, investire di più su una scuola pubblica aperta a tutti.
La scuola italiana è ancora un bene pubblico? A chi o a cosa deve \"resistere\"? L'abbiamo chiesto ad Alex Corlazzoli, autore del libro \"La scuola che resiste\", in uscita per Chiarelettere.
\n\nLa scuola italiana è un bene pubblico e soprattutto un bene comune, un po' come l'acqua o come l'aria. Non ho parere contrario alla scuola privata: certo è che uno Stato moderno, una società moderna deve garantire ai propri cittadini la migliore scuola pubblica in assoluto. Oggi a resistere nella scuola pubblica devono essere prima di tutto gli insegnanti. Insegnanti che però devono fare autocritica, devono voler così bene alla scuola da rendersi conto di tutto ciò che non funziona. Abbiamo bisogno, per esempio, di insegnanti che sappiano insegnare informatica, e di aule connesse a Internet; abbiamo bisogno di insegnanti di inglese che sappiano realmente insegnare inglese. Sono due capisaldi, l'informatica e l'inglese, per affrontare l'Europa in futuro. Oggi, di fatto, non abbiamo insegnanti formati all'altezza per insegnare l'informatica e l'inglese in modo da consegnare, ai cittadini di domani, gli strumenti per affrontare il mercato europeo mondiale. \nMa resistere nella scuola significa anche permettere ai genitori di essere veramente partecipi, costruendo la scuola insieme agli insegnanti. Non sono solo gli insegnanti che fanno la scuola, ma siamo \"noi\": insegnanti, genitori e bambini, o forse bambini, genitori e insegnanti.
\n\n\nRiforme contraddittorie, fondi scarsi, aule fatiscenti. La scuola italiana riesce ancora a essere un luogo di formazione e a trasmettere valori?
\nÈ una scuola in cui, all'inizio dell'anno, arrivano studenti con la cartella nuova, l'astuccio nuovo ma anche i pacchi di carta per la fotocopiatrice. È una scuola in cui, ad esempio a Bologna, i ragazzi comprano non solo i gessi, ma addirittura i registri ai maestri. È un scuola in cui i genitori devono portare a scuola 5,10, addirittura 100 euro, per contribuire alle spese della scuola. Eppure una scuola così, ridotta come la Caritas, è ancora un agorà, una piazza interessante in cui la democrazia deve essere protagonista. Noi maestri abbiamo il compito innanzitutto di educare alla democrazia, di andare in classe e, con la Costituzione, educare i nostri ragazzi a diventare cittadini. È qui che scatta il meccanismo. È qui che possiamo, come scuola, essere in grado di formare una generazione nuova. Quando entro in classe, talvolta chiedo ai miei ragazzi: \"Andiamo in pizzeria: dopo aver mangiato, il titolare ci fa capire che, se ci fa lo scontrino, paghiamo 20, se invece non ci fa lo scontrino paghiamo 5. Voi cosa fate?\", risposta: \"Maestro non prendiamo lo scontrino e paghiamo 5\". Ecco, qui sta la capacità della scuola di appassionare i ragazzini alle regole, alla legalità. In questo sta la scommessa da parte degli insegnanti e soprattutto da parte della scuola. Non è possibile fare una scuola basata solo sui programmi. Ho sentito dirigenti dire che il bambino si deve adattare al programma. Per me è una bestemmia! Nella mia scuola il programma sta nel cassetto, si parte dal bambino, dalla sua esperienza e si costruisce un percorso insieme.
\n\n\n\nQuale futuro prevede per la scuola pubblica? E' destinata al declino in favore di quella privata e di chi potrà permettersela?
\n\nCredo che in una scuola come quella di oggi, dove la politica non ha mai avuto interesse ad investire realmente, che negli ultimi 20 anni è stata portata avanti con il grande contributo dei precari, gente che lavora dal primo settembre al 30 giugno e finito quel periodo non ha più lo stipendio, che si ritrova i primi di settembre a sapere se avrà ancora una cattedra, ecco in a scuola così non c'è continuità, non c'è qualità. Questo sicuramente porta a un declino e induce certi genitori a guardare con attenzione altre forme di scuola. \nSi sta sviluppando un fenomeno nuovo: ho contato oltre 70 esperienze di scuola fatta in casa. Genitori che si mettono insieme - ne ho incontrati qualche mese fa a Faenza, li ho incontrati sulle colline bolognesi - e cercano in qualche modo di fare loro scuola. Magari mamme che non vanno a lavorare, che si auto organizzano per fare scuola o che pagano educatori per fare una scuola diversa, una scuola libera da etichette. \nC'è una dicotomia in questo paese: le scuole delle città, con bambini che arrivano a scuola in Suv, e le scuole di campagna dove c'è ancora un tasso di analfabetismo di ritorno abbastanza pesante. Proviamo ad andare a vedere in un paese di campagna di 2000/3000 anime quanti giornali vengono letti in una giornata. Proviamo ad andare a vedere la percentuale di personal computer che vi sono nelle case e la connessione internet. Di fronte a questo scenario, a questa dicotomia tra l'Italia di tanti campanili e l'Italia delle città, noi dobbiamo guardare con attenzione a quell'Italia dei tanti campanili, a quell'Italia che non avrà mai la possibilità di mandare i propri figli in una scuola privata, che potrà mai dare ai propri figli un futuro, insegnandogli a padroneggiare l'inglese alla perfezione, o a usare il personal computer. C'è ancora forse, proprio come diceva Don Milani, una diversa scuola a seconda delle diverse classi sociali. Questo non lo possiamo permettere e in qualche modo dobbiamo affrontarlo in maniera decisa, mettendo di nuovo la scuola nell'agenda della politica. Non basta annunciare un concorso: abbiamo bisogno di pensare alla formazione degli insegnanti in maniera seria e adeguata ai tempi.
\n\n\nLa situazione della scuola privata è così differente? Quali sono le condizioni di insegnamento? Quali servizi si possono migliorare?
\nLa scuola privata dà in qualche modo delle possibilità diverse, ma è un recinto in cui spesso non si fanno i conti con gli stranieri, o con i migranti. Non è il mondo reale. Nel mondo reale basta camminare per la strada per accorgersi che ormai c'è una miscellanea tra coloro che arrivano dalla Siria, dalla Giordania, dal Marocco, dall'Albania, dalla Romania e i nostri ragazzini italiani. La scuola privata, dove peraltro non è facile accedere, è una scuola che ha, tra l'altro, dei docenti sottopagati, ragazzi magari costretti da questo nostro mondo, dalla nostra società, a lavorare nella scuola privata proprio perché nella scuola pubblica non hanno la possibilità di lavorare. E' una testimonianza diretta che ho raccolto da parte di una dirigente di una scuola privata della Lombardia, che mi confidava proprio il fatto che i suoi insegnanti guadagnano 600/700 euro al mese. Ma come si può pensare che un individuo, un lavoratore possa restare a lungo in quella scuola privata? Che possa insegnare con libertà in quella scuola privata dove magari guadagna 600/700 euro al mese? Dobbiamo riprendere in mano gli articoli della Costituzione che parlano della scuola e, senza eliminare le scuole private, investire di più su una scuola pubblica aperta a tutti.