Elio Petri e Ugo Pirro ci hanno insegnato al cinema che il "cittadino al di sopra di ogni sospetto" è colui che, figura integerrima di funzionario dello stato, intende la
"repressione come civiltà". Oggi, a distanza di oltre quarant'anni, c'è un nuovo interprete di questa saga: non ha il volto e la voce inimitabili di Gian Maria Volontè, ma probabilmente meriterebbe lo stesso un Oscar. Ci riferiamo a
Giovanni De Gennaro, detto Gianni, poliziotto integerrimo e dalla carriera lungimirante e prolifica, che nel lontano 2000, sotto il governo di Romano Prodi, fu nominato Capo della Polizia, e che oggi, con l'esecutivo a guida Mario Monti, riveste il ruolo di sottosegretario. Tra il 2000 e oggi c'è stato però il 2001, annus terribilis non solo per l'11 settembre: nell'estate di quell'anno, in Italia, e precisamente a
Genova, il tristemente famoso G8 consegnò al mondo l'immagine di uno stato in cui il senso del diritto veniva accecato dal raptus della violenza, dove, in quella notte di luglio alla
scuola "Diaz", uomini e donne inermi venivano massacrati senza motivo, forse per assurdo senso di repressione, forse per barbaro desiderio di vendetta, chissà.
Le abbiamo viste tutte, sul palcoscenico tutto italiota della rappresentazione tragicomica dell'ennesima farsa di stato: davvero tutte, persino una condanna per istigazione alla falsa testimonianza del suddetto De Gennaro.
Una vicenda pirandelliana, scevra, ovviamente, di assunzioni di responsabilità, e invece ricca a tutto tondo dello scaricabarile tra senso delle istituzioni e mortificazione del diritto, che ha finito per screditare il volto e l'integrità di un Corpo integerrimo e nobile quale quello di Polizia, impantanatosi goffamente a difesa della propria impunità.
Oggi, l'ennesimo capitolo che non sembra voler porre la parola fine a questa squallida storia, ma anzi ne alimenta sue nuove e maleodoranti evoluzioni: come giudicare altrimenti
le dichiarazioni di "solidarietà" del dott. Di Gennaro verso i dirigenti di Polizia condannati in via definitiva con l'accusa di aver mentito e cercato di occultare le violenze compiute alla Diaz?
Sì, avete capito bene: chi è chiamato a coordinare uomini e donne addetti alla sicurezza dei cittadini, esprime solidarietà verso altri uomini e donne che, invece di rispettare la legge e farla rispettare,
hanno approfittato del loro ruolo per reprimere, aggredire e malmenare altri cittadini inermi, uomini e donne, e poi mentire cercando di dare colpe e responsabilità ad altri. Appare evidente che, di fronte a questo scenario, le vicende, alle quali assistiamo ogni tanto, degli arresti di esponenti di malavita in contesti difficilissimi in cui le forze dell'ordine vengono contrastate dalla folla che inneggia all'arrestato di turno, sembrano addirittura più tollerabili.
Se fossimo cittadini di un altro paese, o addirittura marziani, dedurremmo logicamente che viviamo in
uno stato in cui il diritto è calpestato e la giustizia non abita questi luoghi. Ma vogliamo credere che il senso dello stato, o ciò che ne resta, non debba essere chimera per prosopopee inutili. E che il motto "repressione è civiltà" resti valido, ma solo al cinema, recitato sagacemente dalla buonanima di Volontè, e non nella realtà dei nostri giorni.
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