I blog culturali sono enzimi

di Oliviero Ponte Di Pino - 10 Luglio 2012

Per funzionare davvero un blog deve elevarsi al di sopra del chiacchiericcio. Non si può limitare a fare l’eco, con il “copia e incolla” di comunicati stampa e quarte di copertina. I blogger devono dimostrare (e rivendicare) la loro competenza e autorevolezza.



Oliviero  Ponte Di Pino Quelli che seguono sono alcuni appunti presi in vista del mio intervento a k.lit, il primo festival dei blog letterari, dove sono intervenuto il 7 luglio con Marco Dotti e Marta Perego.

La prima visione della rete, possiamo battezzarla "teoria di Amazon". Il punto d partenza di questo approccio è che la rete tende ad abolire le intermediazioni: permette a tutti di comunicare direttamente con tutti, senza alcun medium. Consente al produttore di parlare (e vendere) direttamente al consumatore. Per esempio, mette in contatto diretto il musicista e l'ascoltatore, l'autore e il lettore. Senza bisogno della lunga, complessa e costosa catena che comprende l'editore (o la casa discografica), la critica, il distributore, il negozio fisico.
La chiamo "teoria di Amazon" perché è la filosofia che ispira il colosso del commercio online: l'autore affida la sua opera alla piattaforma, che la inserisce in una vetrina che la mostra a centinaia di milioni e forse miliardi di potenziali lettori. Il primo paradosso di questa teoria è che non comporta affatto la cancellazione degli intermediari: di fatto, Amazon sostituisce gli altri intermediari, espellendoli dal mercato, e si propone di fatto come aspirante monopolista (o oligopolista...).
La teoria di Amazon promette il trionfo della democrazia: non esistono più autorità (politiche, culturali, economiche) che impongono il loro volere, resta solo la liberà volontà di scelta dei singoli soggetti e dei singoli consumatori. E n questo scenario democraticamente a imporsi sarà il romanzo più comprato, il video che ha più download, il cantante che colleziona più "Mi piace".
Circola una versione ancora più maligna della teoria di Amazon: è "la teoria del guardiano", o "teoria del gatekeeper" (per chi legge "Wired"). La cultura e l'informazione sarebbero governate da soggetti che precludono agli altri l'accesso ai pulpiti della comunicazione: editori, direttori di giornali e telegiornali, critici, professori, eccetera eccetera. Costoro, come Caronte sulla soglia dell'aldilà, separano coloro che devono avere accesso al paradiso della pubblicazione e della visibilità da tutti quelli che devono marcire nell'inferno dell'inedito e dell'anonimato. Inutile aggiungere che questi Caronte, se non mi danno la chiave del Paradiso, devono essere perversi o corrotti, o meglio perversi e corrotti. E magari complottano tra loro.
Certo, è innegabile che comunicazione e informazione siano pesantemente condizionate da meccanismi che non riguardano la ricerca e la diffusione della verità (e c'entrano di sicuro gli interessi personali e quelli delle lobby, le agende politiche e ideologiche, la dittatura del mercato). Tuttavia, se mi è permessa una nota personale che però ritengo esperienza condivisa, la mia percezione è diversa. Senz'altro nella mia attività di critico e di editor dico moltissimi "no" (e i "no" sono molti più dei "sì"). Però quelli che per me contano sono i "sì": i libri, le notizie, le composizioni musicali, gli spettacoli e i film che mi piacciono, quelli che mi entusiasmano, quelli che vorrei far scoprire e condividere con gli altri. Qelli a cui do una opportunità. E sono certo che moltissimi editor, critici, blogger, si occupano di prodotti culturali perché li amano, e non certo per poter dire indiscriminatamente "Mi fa schifo" (perché, continua la teoria del guardiano, i giornalisti vogliono nascondere i fatti per difendere gli interessi dei potenti che li pagano; e i critici sono solo artisti frustrati e impotenti). Se fosse così, se davvero odiassero la letteratura, la musica, il cinema, i critici cambierebbero tutti mestiere. A muoverli non è il disgusto, ma la passione.
Però c'è del vero in queste due teorie: è vero che la rete tende a ridurre le mediazioni, è vero che i meccanismi della comunicazione vanno certamente migliorati. Ma lo scenario che disegnano mi pare discutibile. Così a queste due teorie ne vorrei affiancare una terza, la "teoria degli enzimi", un termine che prendo in prestito dalla scienza. Gli enzimi (e i catalizzatori) sono sostanze "in grado di accelerare una reazione chimica" (la definizione prosegue spiegando che queste enzimi e catalizzatori si ritrovano "inalterati alla fine del processo", ma qui la metafora secondo me non funziona più così bene). In teoria è vero che nell'ecologia della rete il creatore e il fruitore possono comunque incontrarsi, un giorno o l'altro. Tuttavia questo incontro è statisticamente assai improbabile: sappiamo tutti che la rete piena di gente che scrive e si pubblica ma che nessuno legge: "zero comments"è probabilmente l'espressione più frequente nei blog. Allora, per far scattare la reazione chimica con l'opera, è opportuno il ricorso a qualche enzima. Nell'ecologia della comunicazione (anche in rete), editori, critici e blog svolgono appunto la funzione degli enzimi: accelerano gli incontri, li rendono più facili e numerosi. Certo, non tutti gli enzimi servono per facilitare tutte le reazioni (ma anche la reazione di fronte all'opera non è la stessa per ciascuno di noi: ci sono libri che mi lasciano indifferente, o film che mi irritano, o spettacoli che mi annoiano a morte, e che ad altri piacciono moltissimo).
Inutile aggiungere che, nel momento in cui i media e la critica "tradizionali" (quella ospitati vecchi mass media: giornali, radio, tv) perdono peso e autorevolezza, si aprono grandi spazi per il blog, che diventano sempre più importante, malgrado i loro difetti e le loro debolezze.
Questi "enzimi culturali" contribuiscono a formare e informare i frequentatori della rete che - non dimentichiamolo - sono persone reali, che agiscono nel mondo con le loro scelte, anche politiche. In questo, hanno una importante funzione civile. Malgrado il fascino della democrazia diretta, abbiamo imparato che per funzionare in una società complessa una democrazia deve essere fondata su una opinione pubblica informata e consapevole; e deve articolarsi in una serie di corpi intermedi attraverso cui articolare la "volontà popolare". L'alternativa è il populismo. Conosciamo tutti le degenerazioni delle demagogie politico-mediatiche. E ci confrontiamo tutti, nella nostra attività online, con le molestie di troll e flames. Ecco, con tutti i loro problemi, le loro debolezze, i loro difetti, i blog - compresi quelle letterari - svolgono una funzione importante. Se godono di buona salute, se pubblicano post di qualità, se vengono frequentati, se ospitano dibattiti interessanti, se sono al cuore di una comunità, vuol dire che anche a rete gode di buona salute.
Certo, per funzionare davvero un blog deve elevarsi al di sopra del chiacchiericcio. Non si può limitare a fare l'eco, con il "copia e incolla" di comunicati stampa e quarte di copertina. I blogger devono dimostrare (e rivendicare) la loro competenza e autorevolezza. Per farlo devono essere "esperti" del settore in cui operano, devono essere informati e aggiornati, ma devono anche aggiungere valore (e giudizi di valore) alla loro comunicazione. Non devono limitarsi al "Mi piace", con le varianti "Bellissimo!", "Indimenticabile...", "Capolavoro!", "Il romanzo del secolo!!!" in fondo a ogni post: devono anche spiegare perché, ed essere convincenti. Solo così possono formare e formarsi un pubblico.

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