Quelli che seguono sono alcuni appunti presi in vista del mio
intervento a k.lit, il primo festival dei blog letterari, dove sono
intervenuto il 7 luglio con Marco Dotti e Marta Perego.
La prima visione della rete, possiamo battezzarla "teoria di Amazon".
Il punto d partenza di questo approccio è che la rete tende ad abolire
le intermediazioni: permette a tutti di comunicare direttamente con
tutti, senza alcun medium. Consente al produttore di parlare (e
vendere) direttamente al consumatore. Per esempio, mette in contatto
diretto il musicista e l'ascoltatore, l'autore e il lettore. Senza
bisogno della lunga, complessa e costosa catena che comprende
l'editore (o la casa discografica), la critica, il distributore, il
negozio fisico.
La chiamo "teoria di Amazon" perché è la filosofia che ispira il
colosso del commercio online: l'autore affida la sua opera alla
piattaforma, che la inserisce in una vetrina che la mostra a centinaia
di milioni e forse miliardi di potenziali lettori. Il primo paradosso
di questa teoria è che non comporta affatto la cancellazione degli
intermediari: di fatto, Amazon sostituisce gli altri intermediari,
espellendoli dal mercato, e si propone di fatto come aspirante
monopolista (o oligopolista...).
La teoria di Amazon promette il trionfo della democrazia: non esistono
più autorità (politiche, culturali, economiche) che impongono il loro
volere, resta solo la liberà volontà di scelta dei singoli soggetti e
dei singoli consumatori. E n questo scenario democraticamente a
imporsi sarà il romanzo più comprato, il video che ha più download, il
cantante che colleziona più "Mi piace".
Circola una versione ancora più maligna della teoria di Amazon: è "la
teoria del guardiano", o "teoria del gatekeeper" (per chi legge
"Wired"). La cultura e l'informazione sarebbero governate da soggetti
che precludono agli altri l'accesso ai pulpiti della comunicazione:
editori, direttori di giornali e telegiornali, critici, professori,
eccetera eccetera. Costoro, come Caronte sulla soglia dell'aldilà,
separano coloro che devono avere accesso al paradiso della
pubblicazione e della visibilità da tutti quelli che devono marcire
nell'inferno dell'inedito e dell'anonimato. Inutile aggiungere che
questi Caronte, se non mi danno la chiave del Paradiso, devono essere
perversi o corrotti, o meglio perversi e corrotti. E magari
complottano tra loro.
Certo, è innegabile che comunicazione e informazione siano
pesantemente condizionate da meccanismi che non riguardano la ricerca
e la diffusione della verità (e c'entrano di sicuro gli interessi
personali e quelli delle lobby, le agende politiche e ideologiche, la
dittatura del mercato). Tuttavia, se mi è permessa una nota personale
che però ritengo esperienza condivisa, la mia percezione è diversa.
Senz'altro nella mia attività di critico e di editor dico moltissimi
"no" (e i "no" sono molti più dei "sì"). Però quelli che per me
contano sono i "sì": i libri, le notizie, le composizioni musicali,
gli spettacoli e i film che mi piacciono, quelli che mi entusiasmano,
quelli che vorrei far scoprire e condividere con gli altri. Qelli a
cui do una opportunità. E sono certo che moltissimi editor, critici,
blogger, si occupano di prodotti culturali perché li amano, e non
certo per poter dire indiscriminatamente "Mi fa schifo" (perché,
continua la teoria del guardiano, i giornalisti vogliono nascondere i
fatti per difendere gli interessi dei potenti che li pagano; e i
critici sono solo artisti frustrati e impotenti). Se fosse così, se
davvero odiassero la letteratura, la musica, il cinema, i critici
cambierebbero tutti mestiere. A muoverli non è il disgusto, ma la
passione.
Però c'è del vero in queste due teorie: è vero che la rete tende a
ridurre le mediazioni, è vero che i meccanismi della comunicazione
vanno certamente migliorati. Ma lo scenario che disegnano mi pare
discutibile. Così a queste due teorie ne vorrei affiancare una terza,
la "teoria degli enzimi", un termine che prendo in prestito dalla
scienza. Gli enzimi (e i catalizzatori) sono sostanze "in grado di
accelerare una reazione chimica" (la definizione prosegue spiegando
che queste enzimi e catalizzatori si ritrovano "inalterati alla fine
del processo", ma qui la metafora secondo me non funziona più così
bene). In teoria è vero che nell'ecologia della rete il creatore e il
fruitore possono comunque incontrarsi, un giorno o l'altro. Tuttavia
questo incontro è statisticamente assai improbabile: sappiamo tutti
che la rete piena di gente che scrive e si pubblica ma che nessuno
legge: "zero comments"è probabilmente l'espressione più frequente nei
blog. Allora, per far scattare la reazione chimica con l'opera, è
opportuno il ricorso a qualche enzima. Nell'ecologia della
comunicazione (anche in rete), editori, critici e blog svolgono
appunto la funzione degli enzimi: accelerano gli incontri, li rendono
più facili e numerosi. Certo, non tutti gli enzimi servono per
facilitare tutte le reazioni (ma anche la reazione di fronte all'opera
non è la stessa per ciascuno di noi: ci sono libri che mi lasciano
indifferente, o film che mi irritano, o spettacoli che mi annoiano a
morte, e che ad altri piacciono moltissimo).
Inutile aggiungere che, nel momento in cui i media e la critica
"tradizionali" (quella ospitati vecchi mass media: giornali, radio,
tv) perdono peso e autorevolezza, si aprono grandi spazi per il blog,
che diventano sempre più importante, malgrado i loro difetti e le loro
debolezze.
Questi "enzimi culturali" contribuiscono a formare e informare i
frequentatori della rete che - non dimentichiamolo - sono persone
reali, che agiscono nel mondo con le loro scelte, anche politiche. In
questo, hanno una importante funzione civile. Malgrado il fascino
della democrazia diretta, abbiamo imparato che per funzionare in una
società complessa una democrazia deve essere fondata su una opinione
pubblica informata e consapevole; e deve articolarsi in una serie di
corpi intermedi attraverso cui articolare la "volontà popolare".
L'alternativa è il populismo. Conosciamo tutti le degenerazioni delle
demagogie politico-mediatiche. E ci confrontiamo tutti, nella nostra
attività online, con le molestie di troll e flames. Ecco, con tutti i
loro problemi, le loro debolezze, i loro difetti, i blog - compresi
quelle letterari - svolgono una funzione importante. Se godono di
buona salute, se pubblicano post di qualità, se vengono frequentati,
se ospitano dibattiti interessanti, se sono al cuore di una comunità,
vuol dire che anche a rete gode di buona salute.
Certo, per funzionare davvero un blog deve elevarsi al di sopra del
chiacchiericcio. Non si può limitare a fare l'eco, con il "copia e
incolla" di comunicati stampa e quarte di copertina. I blogger devono
dimostrare (e rivendicare) la loro competenza e autorevolezza. Per
farlo devono essere "esperti" del settore in cui operano, devono
essere informati e aggiornati, ma devono anche aggiungere valore (e
giudizi di valore) alla loro comunicazione. Non devono limitarsi al
"Mi piace", con le varianti "Bellissimo!", "Indimenticabile...",
"Capolavoro!", "Il romanzo del secolo!!!" in fondo a ogni post: devono
anche spiegare perché, ed essere convincenti. Solo così possono
formare e formarsi un pubblico.
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