Sussidi alle imprese, due idee per Monti

di Marco Cobianchi - 2 Luglio 2012

I sussidi alle imprese vanno tagliati, non aboliti. I punti fondamentali, su cui il governo dovrebbe convergere, sono un impiego diverso delle risorse e la trasformazione delle disponibilità (anche quelle che provengono dall’Europa) in riduzione di imposizione fiscale



Marco Cobianchi Ottimo l'articolo di Alessandro De Nicola su Repubblica, che spiega perché i sussidi alle imprese debbano essere ridotti. L'intervento è perfettamente condivisibile e molte delle considerazioni sono le stesse che si ritrovano nell'introduzione di "Mani Bucate". Ma ci sono due dettagli importanti che De Nicola non prende in considerazione e fanno parte, diciamo così, della "pars construens" del discorso sugli incentivi. E non deve sembrare comntraddittorio che io, proprio io, stia per scrivere queste cose.

Primo: dove spendere. Tutti i Paesi del mondo concedono sussidi alle aziende. Tutti: dalla Corea alla Gran Bretagna e sarebbe perciò del tutto illogico, controproducente per noi cessare di farlo. Il punto è certamente, come dice De Nicola, che la politica non è in grado di individuare i campioni sui quali investire, ma il problema è che la politica è "costretta" a spendere da un sistema che le assegna fondi strutturali europei che se non usa, perde. Se i politici non spendono rischiano poi di essere definiti "cialtroni" (copyright: Giulio Tremonti) da altri politici. Però è impossibile spendere bene le risorse che si hanno a disposizione quando queste, semplicemente, non esistono. La Calabria ha a disposizione oltre 5 miliardi di euro da spendere in 7 anni, ma a chi li dà? Le può dare solo a imprese del Nord che decidono di chiudere i loro stabilimenti in Veneto, Emilia Romagna, Toscana, per trasferirsi al Sud attirati da incentivi e sussidi spesso a fondo perduto. In Mani Bucate ne racconto a decine di casi del genere (vedi caso Legler in Sardegna) e spesso il risultato finale di questi trasferimenti "indotti" è semplicemente il fallimento dell'azienda.

Se si vuole che nascano nuove imprese nel Mezzogiorno, i soldi non bastano. Prima serve quell'infrastruttura fondamentale che si chiama legalità e la sua gemella che si chiama sicurezza. Senza di loro nessun investimento finisce per raggiungere alcun risultato. E, soprattutto, nessun investitore estero decide di venire nel Sud (vedi caso Termini Imerese in Sicilia). Quindi se da una parte è vero che i soldi sono troppi, è vero anche che, paradossalmete, essi servono, solo che devono essere spesi in tutt'altro modo, cioè per mettere in condizione le imprese di competere su un piano di parità con le loro concorrenti mondiali, che hanno legalità e sicurezza in abbondanza.

Secondo: cosa dare in cambio. Se si riducono i sussidi alle imprese le si danneggia sotto il profilo della concorrenza proprio perché, come detto, si trovano a combattere con dei concorrenti stranieri che i soldi li ricevono. E, per di più, hanno anche un livello di tassazione assai inferiore a quello che devono sopportare le aziende nazionali oltre a poter disporre in abbondanza di legalità e sicurezza. E allora la soluzione ideale non è abolire (o ridurre drasticamente) sic et simpliciter i sussidi, ma trasformare quelle disponibilità (anche quelle che provengono dall'Europa, si può fare) in riduzione di imposizione fiscale. Meno sussidi e meno tasse è la soluzione verso la quale, spero, sia Giavazzi che il governo abbiano intenzione di indirizzare la loro azione. Perché se si aboliscono i sussidi, cosa che, semplicemente, non si può fare, senza dare nient'altro in cambio alle imprese, si darebbe solo un colpo mortale ad una struttura industriale già di per sé, molto debole.

Fonte: Dal blog di Marco Cobianchi

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