Diffondere la conoscenza. Un imperativo categorico

di Roberto Vacca - 1 Luglio 2012

Non temiamo la morte, ma riflettiamo. Non abbiamo molto tempo per raccontare agli altri le cose che pensiamo o inventiamo. Che possiamo decidere? Noi, persone normali, decidiamo con calma. E' tragica, invece, la situazione delle menti somme che devono generare messaggi di grande valore e hanno pochissimo tempo



Roberto Vacca "Non andare fuori. Torna in te stesso. La verità abita dentro l'uomo [Noli foras ire. In te ipsum redi. In interiore homine habitat veritas." - scrisse Agostino d'Ippona. Aveva torto: fuori di noi ci sono molte più cose che non dentro. E quelle che abbiamo dentro ce le abbiamo portate prendendole da fuori.
Comunque sia di ciò, di cose in testa ne abbiamo tante - se siamo stati attenti e se abbiamo ragionato sui memi che ci arrivavano. Non dovremmo tanto andare fuori, ma dovremmo tirare fuori quel che abbiamo. Dovremmo condividerlo.
Lessi 70 anni fa un'immagine vivida e tragica del contenuto di un cranio, nel racconto della morte del fisico Pierre Curie, scritto dalla figlia. Forse Curie meditava sulla radioattività ed era disattento. Fu investito da una carrozza e una ruota gli spaccò il cranio distruggendo la conoscenza e le idee contenute nel suo cervello.
Era molto tempo che non ricordavo quell'evento. Mi è tornato alla mente di recente e ho riflettuto che anche io ho accumulato parecchie idee e nozioni - anche se non ho prodotto invenzioni epocali. Cercherò di non morire in un incidente stradale, ma ho 85 anni e, se ricordo bene, circa la metà degli ottantacinquenni supera i 91 anni di vita. Mancano, comunque, pochi anni al momento in cui sparirà la roba che ho accumulato nel mio cervello. È ragionevole, dunque, pensare a scaricarle (download it) tempestivamente. [Per inciso ricordo un detto latino: "Nessuno è tanto vecchio da non credere di poter vivere ancora un anno - Nemo est tam senex qui se annum non putet posse vivere"].
Non avevo pensato molto a questa urgenza finora. Infatti, seguendo B. Spinoza, ritengo che "l'uomo libero, cioè chi vive soltanto secondo i dettami della ragione, non è condotto dalla paura della morte e la sua sapienza è meditazione di vita" (Ethica, IV, 67).
Non temiamo, dunque, la morte, ma riflettiamo. Non abbiamo tanto dannato tempo per raccontare agli altri le cose che pensiamo o inventiamo. Che possiamo decidere? Noi, persone normali, decidiamo con calma - non c'è tragedia: è tragica, invece, la situazione delle menti somme che devono generare messaggi di grande valore e hanno pochissimo tempo. Accadde a Evariste Galois ventenne. Aveva inventato l'algebra astratta e sapeva che sarebbe morto scioccamente in un duello poche ore dopo. Scrisse freneticamente materiale inedito: teoremi, definizioni, congetture e su ogni pagina scriveva:
"Non ho tempo - non ho tempo!"
Fece bene. L'algebra astratta è una branca della matematica utile - e difficile.
Alcuni studiosi e pensatori si accontentando di vedere e capire cose nuove - e non insistono per pubblicarle. È un loro diritto. Mio padre pubblicò un centinaio di lavori di matematica. Ma lasciò qualche migliaio di pagine di note. Alcune contengono teoremi nuovi - e ci annotava a margine "Quod Nemo Vidit Antea" - questo nessuno lo ha visto prima: e tirava avanti. Ora quelle note sono all'Istituto Matematico dell'Università di Torino e qualche giovane ne trarrà ispirazione.
Anche se non abbiamo avuto idee straordinarie e abbiamo inventato o visto solo qualche dettaglio o relazione interessante, dovremmo sentire l'Imperativo Categorico di diffondere la nostra roba. Una giustificazione sensata di questo punto di vista è che il mondo è più bello se girano idee, invenzioni, pensieri edificanti - memi. Lo sanno bene quelli fra noi che abbiano incontrato maestri bravi o che hanno incontrato a caso nei libri o nell'universo del WWW nozioni o ragionamenti che ci hanno cambiato la vita.
Cambiamola anche agli altri - diamo occasioni. Siamo servizievoli.
In inglese "serve" ha gli stessi significati dell'italiano "servire", ma ne ha uno in più. Vuol dire anche: "accettare la chiamata o la vocazione a servire il Paese non solo sotto le armi (come in italiano), ma anche nell'amministrazione o nella giustizia".
Esorto a servire non solo il Paese - ma il mondo e gli sconosciuti che lo abitano.
Il motto del Principe Albert, marito della Regina Vittoria, era:
"Ich diene - io servo." banner_weeskape.jpg

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