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Che fare? Cose semplici: poche; tante; tutte. Roba
di buon senso, niente di complicato. Certo, ci va
un'inversione di tendenza: l'obiettivo deve essere
il bene del paese, non quello degli evasori. Sembra
ovvio, ma non lo è per niente.
Nell'agosto 2011, quando l'Italia era da tempo
nella pre-bancarotta e si cominciava a ipotizzare
un «governo tecnico» che la tirasse fuori dai guai,
Angelino Alfano, da poco nominato segretario
del Pdl, prese la parola in parlamento. Lui già è
intelligente di suo; dopo il balbettio di Berlusconi,
che nessuno era riuscito a zittire, fece un figurone.
Solo che, è strano, quella volta non pensò bene a
quello che diceva. «Niente governi tecnici: mettono
le tasse e poi se ne vanno. Non rispondono al
popolo.» Questo, più o meno, il suo discorso. Che
naturalmente era giustissimo. E che ha dimostrato
a chiunque avesse voglia di pensare che all'Italia
serviva (e serve) un «governo tecnico».
Che il paese sia alla canna del gas non lo può
contestare nessuno. Che sia una questione di soldi
nemmeno: si deve decidere dove risparmiarli e,
siccome i risparmi non bastano, dove prenderne
altri. E poi si deve decidere anche che, nel prossimo
futuro, bisogna piantarla di fare debiti. Ora,
nessuno discute che queste scelte siano intrinsecamente
di natura politica; e, quando le cose
vanno bene, o comunque non troppo male, è più
che giusto che sia la politica a adottare le scelte
contenute nel programma che la maggioranza dei
cittadini ha dimostrato di condividere. Poi, se le
scelte erano sbagliate o se sono state realizzate
male, alla prossima elezione se ne risponderà.
Ma, quando non ci sono alternative, quando la
scelta è una sola, risparmiare e prendere soldi,
la politica, almeno quella italiana, è del tutto
inidonea a conseguire l'obiettivo. |

