Tratto da
La rivoluzione delle tasse


di Bruno Tinti

   
Che fare? Cose semplici: poche; tante; tutte. Roba di buon senso, niente di complicato. Certo, ci va un'inversione di tendenza: l'obiettivo deve essere il bene del paese, non quello degli evasori. Sembra ovvio, ma non lo è per niente. Nell'agosto 2011, quando l'Italia era da tempo nella pre-bancarotta e si cominciava a ipotizzare un «governo tecnico» che la tirasse fuori dai guai, Angelino Alfano, da poco nominato segretario del Pdl, prese la parola in parlamento. Lui già è intelligente di suo; dopo il balbettio di Berlusconi, che nessuno era riuscito a zittire, fece un figurone. Solo che, è strano, quella volta non pensò bene a quello che diceva. «Niente governi tecnici: mettono le tasse e poi se ne vanno. Non rispondono al popolo.» Questo, più o meno, il suo discorso. Che naturalmente era giustissimo. E che ha dimostrato a chiunque avesse voglia di pensare che all'Italia serviva (e serve) un «governo tecnico». Che il paese sia alla canna del gas non lo può contestare nessuno. Che sia una questione di soldi nemmeno: si deve decidere dove risparmiarli e, siccome i risparmi non bastano, dove prenderne altri. E poi si deve decidere anche che, nel prossimo futuro, bisogna piantarla di fare debiti. Ora, nessuno discute che queste scelte siano intrinsecamente di natura politica; e, quando le cose vanno bene, o comunque non troppo male, è più che giusto che sia la politica a adottare le scelte contenute nel programma che la maggioranza dei cittadini ha dimostrato di condividere.
Poi, se le scelte erano sbagliate o se sono state realizzate male, alla prossima elezione se ne risponderà. Ma, quando non ci sono alternative, quando la scelta è una sola, risparmiare e prendere soldi, la politica, almeno quella italiana, è del tutto inidonea a conseguire l'obiettivo.