L'agricoltura biologica non sfamerà il mondo

di Dario Bressanini - 2 Maggio 2012

Le rese per ettaro dell’agricoltura biologica sono solitamente più basse di quelle dell’agricoltura convenzionale, ma dipendono molto dal tipo di coltura e dalle condizioni ambientali. Un articolo pubblicato su Nature riapre una questione dibattuta

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Dario Bressanini "Numerosi studi hanno sottolineato la necessità di cambiare profondamente il sistema di produzione di cibo a livello mondiale: l'agricoltura deve rispondere alla doppia sfida di nutrire una popolazione in crescita, con l'aumento della domanda per alimentazioni a base di carne e ricche di calorie, minimizzando allo stesso tempo l'impatto ambientale globale. L'agricoltura biologica -un sistema finalizzato alla produzione di cibo con il minimo danno agli ecosistemi, agli animali e agli esseri umani- viene spesso proposto come una soluzione. I critici tuttavia sostengono che l'agricoltura biologica può avere rese più basse e avrebbe quindi bisogno di più terra per produrre la stessa quantità di cibo delle aziende agricole tradizionali, causando una deforestazione e una perdita di biodiversità più ampia, pregiudicando così i benefici ambientali delle pratiche biologiche."

Così inizia un articolo appena pubblicato sulla prestigiosa rivista Nature, destinato sicuramente a riaccendere la mai sopita discussione, a livello mondiale, se l'agricoltura biologica sia davvero in grado di uscire dalla nicchia produttiva attuale, numeri alla mano, per diventare il metodo prevalente di coltivazione, anche in vista di un possibile continuo aumento del costo dei combustibili fossili. La discussione su questi temi è spesso molto accesa, con i "contendenti" di entrambi gli schieramenti spesso più interessati a mantenere una posizione di principio che ad accettare nuove evidenze scientifiche. Questo articolo interviene nel dibattito, il più delle volte troppo emotivo, cercando di analizzare in modo ampio e rigoroso, evitando toni accesi, l'argomento delle rese, alla luce del fatto che da qui al 2050 è prevista una richiesta doppia di cibo da parte della popolazione mondiale, che raggiungerà i 9 miliardi. E questa domanda deve essere soddisfatta senza distruggere altri habitat naturali come foreste, savane e praterie. In altre parole in questo campo la risorsa scarsa da conservare è la terra coltivabile, ancor prima di ogni considerazione sui combustibili fossili.

In passato studi spesso contrastanti sulle prestazioni dell'agricoltura biologica hanno occupato i titoli dei giornali. In alcuni casi non si sono riscontrare differenze di rese tra i due sistemi agricoli, mentre in altri casi le produzioni biologiche arrivavano a produrre anche il 50% in meno. A prima vista appare difficile riconciliare questi due estremi. In realtà leggendo i vari articoli pubblicati si scopre che non c'è contraddizione perché gli studi non sono confrontabili tra loro, andando a misurare le rese di colture diverse: non si possono confrontare le pere con le mele, dice un vecchio adagio.

L'articolo di Nature invece è una meta-analisi: una analisi statistica di tutti gli studi di qualità pubblicati in precedenza raggruppati come se fossero una unica mega-ricerca. È lo stesso tipo di approccio che tempo fa era stato utilizzato per capire se vi fossero differenze nutrizionali tra alimenti biologici e convenzionali (dando una risposta sostanzialmente negativa che generò molte polemiche).

I risultati in sintesi: le rese per ettaro dell'agricoltura biologica sono solitamente più basse di quelle dell'agricoltura convenzionale, ma dipendono molto dal tipo di coltura e dalle condizioni ambientali. Se per i legumi le rese sono solo il 5% inferiori, per alcuni cereali si arriva anche al 34% in meno. Globalmente le produzioni biologiche producono il 25% in meno.

A parlare di rese per ettaro ad un pubblico occidentale si rischia sempre di essere trattati con sufficienza e sorrisini, data l'abbondanza e lo spreco sulle nostre tavole, a causa di una mancanza di prospettiva di cosa sia la produzione agricola attuale nei paesi poveri e in via di sviluppo, con le sue rese mediamente molto inferiori. Ecco perché gli autori chiariscono subito che:

"Anche se le rese sono solo uno dei vari benefici ecologici, sociali ed economici forniti da un particolare sistema di produzione agricola, è ampiamente accettato che avere alte rese sia un aspetto centrale per la sicurezza alimentare sostenibile su una superficie agricola limitata"

In altre parole, sembrano dire gli autori, non è possibile svicolare dalla questione delle rese se si propone l'agricoltura biologica come modello da diffondere ovunque nel mondo e si vuole impedire una perdita di biodiversità causata da un aumento delle superfici coltivate. E non basta neanche sottolineare che oggi si spreca moltissimo cibo nei paesi industrializzati perché l'aumento di popolazione avviene proprio dove le rese sono attualmente più basse, dove semmai il cibo viene perso direttamente sul campo e nelle fasi di trasporto, non certo nel frigorifero di casa. Che le lenticchie vengano coltivate biologicamente oppure in modo convenzionale alla fine fa poca differenza a livello globale, mentre ne farebbe molta nel caso del frumento, che fa la parte del leone del cibo consumato nel mondo.

In particolare, se le rese medie per la frutta biologica sono solamente il 3% in meno di quella convenzionale, e l'11% in meno per i semi oleosi, i cereali e gli ortaggi bio hanno una riduzione media di rese del 26% e 33% rispettivamente. I ricercatori ritengono che almeno in parte questi cali di rese si possano spiegare con una minore disponibilità di azoto e di fosforo, specialmente in alcuni tipi di terreni. In particolare, nota l'articolo, spesso le coltivazioni biologiche paiono non ricevere abbastanza fosforo da rimpiazzare quello perso con il raccolto, anche se sono necessarie altre ricerche per confermare queste ipotesi.

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In alcuni casi, e questa è una buona notizia, le rese dei sistemi di produzioni biologica hanno spazio per migliorare utilizzando le migliori pratiche agricole conosciute, sino ad avvicinarsi alle rese dell'agricoltura convenzionale (13% in meno)

Distinguendo i paesi con agricoltura avanzata da quelli poveri e in via di sviluppo i ricercatori trovano che nei paesi industrializzati l'agricoltura biologica rende il 20% in meno, mentre nei paesi poveri e in via di sviluppo le rese sono ridotte addirittura del 43%. Il motivo di una così grande differenza di rendimento nei paesi non industrializzati, spiega l'articolo, è dovuto al fatto che negli studi considerati nella meta-analisi le rese dell'agricoltura convenzionale erano spesso relative a coltivazioni irrigate o in stazioni sperimentali di ricerca e quindi molto più alte della media. Nei pochi casi in cui il confronto tra le due tipologie di coltivazioni è stato fatto in condizioni "tipiche" di un luogo, le rese non avevano differenze statisticamente significative (tra l'8% e il 13% in meno), ed erano basse entrambe.

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Risultati simili sono stati trovati anche in un altro studio pubblicato di recente, The crop yield gap between organic and conventional agricolture ( Agricultural Systems, Volume 108, April 2012, Pages 1-9) dove le rese della produzione biologica sono state stimate mediamente il 20% inferiori rispetto all'agricoltura convenzionale.

Concludono gli autori:

La nostra analisi mostra che le differenze di resa tra agricoltura biologica e convenzionale esistono, ma che sono altamente dipendenti dal contesto [...]

Questi risultati suggeriscono che in alcuni casi i sistemi di produzione biologica oggi possono avere rese quasi simili ai sistemi convenzionali - con particolari tipi di coltura, condizioni di crescita e l'uso delle migliori pratiche agricole- , ma spesso non lo fanno. Miglioramenti tecnici che attacchino i fattori che limitano le rese nell'agricoltura biologica e/o la sua adozione in quelle condizioni agroecologiche dove si comporta al meglio possono essere in grado di ridurre la disparità tra le rese dei due sistemi.

Come sottolineato in precedenza, i rendimenti sono solo una parte di una serie di fattori economici, sociali e ambientali che devono essere presi in considerazione nel misurare i benefici dei diversi sistemi di coltivazione. Nei paesi industrializzati la questione centrale è se i benefici ambientali della produzione biologica compensino i costi della riduzione della produttività (in termini ad esempio di prezzi del cibo più alti ed esportazioni di cibo ridotte).

Sebbene diversi studi abbiano suggerito che l'agricoltura biologica possa avere un impatto ambientale ridotto rispetto all'agricoltura convenzionale, le prestazioni ambientali dell'agricoltura biologica per unità di output o di input potrebbero non essere sempre vantaggiose. Nei paesi in via di sviluppo una questione chiave è se l'agricoltura biologica possa contribuire ad alleviare la povertà per i piccoli agricoltori e aumentarne la sicurezza alimentare. Da un lato, è stato suggerito che l'agricoltura biologica possa migliorare i redditi degli agricoltori a causa della minor costo degli input, prezzi più stabili e più alti, e una diversificazione del rischio. D'altra parte, l'agricoltura biologica nei paesi in via di sviluppo è spesso orientata all'export, legata ad un processo di certificazione da parte di organismi internazionali, e la sua redditività può variare da un luogo all'altro e nel tempo.

Chi "crede" nel biologico forse rimarrà deluso dai risultati dell'analisi, che suggeriscono si possa utilizzare efficacemente in alcuni casi ma non in altri, e che se esteso, come viene spesso auspicato da alcuni, in modo generalizzato avrebbe un impatto sull'ambiente e sulla biodiversità negativo e contrario proprio alla filosofia stessa dell'agricoltura biologica, vista la terra in più necessaria per la coltivazione soprattutto dei cereali e degli ortaggi. Analogamente visti i risultati gli agricoltori convenzionali possono non vedere il motivo nell'abbandonare fertilizzanti e fitofarmaci di sintesi. Le conclusioni dell'articolo però suggeriscono che, invece di continuare un dibattito ormai cristallizzato, ideologico e molto emotivo, si cerchino soluzioni ibride e si giudichi caso per caso quale sistema può essere utilizzato al meglio, sia dal punto di vista delle rese che dell'impatto ambientale, senza preclusioni ideologiche.

Invece di continuare il dibattito ideologico "biologico contro convenzionale", dovremmo valutare sistematicamente i costi e i benefici delle diverse opzioni. Alla fine, per raggiungere una sicurezza alimentare sostenibile, avremo probabilmente bisogno di molte tecniche diverse -inclusa l'agricoltura biologica, quella convenzionale, e anche sistemi "ibridi" -per produrre più cibo a prezzi accessibili, garantire il sostentamento per gli agricoltori, e ridurre i costi ambientali dell'agricoltura.

Insomma, l'agricoltura biologica non sfamerà il mondo, ma ci sono situazioni in cui le produzioni sono analoghe all'agricoltura convenzionale. È quindi necessario valutare caso per caso. Se la produzione di fragole biologiche o di lenticchie non risente di cali sostanziali di rese, lo stesso non si può dire per i cereali come il frumento che, allo stato attuale, sarebbe impensabile coltivare nelle quantità necessarie senza fare ricorso ai fertilizzanti di sintesi.

In futuro, se il dibattito uscirà dalle secche su cui si è arenato, si dovrà cercare, caso per caso, quale soluzione tecnologica, senza preclusioni ideologiche, sia la più adatta per bilanciare le varie esigenze: economiche, sanitarie, sociali ed ambientali della produzione di cibo.

Bibliografia

Comparing the yields of organic and conventional agriculture Nature (2012) doi:10.1038/nature11069 Verena Seufert, Navin Ramankutty & Jonathan A. Foley

Organic farming is rarely enough
Conventional agriculture gives higher yields under most conditions.
Natasha Gilbert
Nature doi:10.1038/nature.2012.10519

The crop yield gap between organic and conventional agricolture
Agricultural Systems, Volume 108, April 2012, Pages 1-9
Tomek de Ponti , Bert Rijk , Martin K. van Ittersum,
http://dx.doi.org/10.1016/j.agsy.2011.12...

Dal blog di Dario Bressanini corbacciobenessere.jpg

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