
Gli editori sono gli intermediari tra i creatori - chI si inventa i
"contenuti", per usare una terminologia attuale - e i fruitori. Ci
sono editori di libri e di giornali, ma anche di canzoni (le case
discografiche) e di film (le case produttrici), di radio e di
televisione (le reti). Ci sono anche editori in rete: non solo i siti
di giornali e riviste, ma anche - per esempio - gli aggregatori di
blog come
Huffington Post e
Cadoinpiedi.
Si dice che la Rete, per sua natura, tenda ad eliminare le
intermediazioni. Dunque finirà anche - secondo i teorici più radicali
- a eliminare gli editori, per favorire la comunicazione diretta tra
gli autori e consumatori di prodotti culturali. Perché in questa
ottica gli editori sono "
gatekeepers", guardiani che regolano (e
limitano) l'accesso alla comunicazione. Mentre la rete, per sua natura
più democratica, offre a tutti le medesime possibilità di raggiungere
il pubblico.
Per capire quello che succederà alla produzione e al consumo di
prodotti culturali in Rete - se in futuro avremo una rete senza
editori, oppure se gli editori dovranno cambiare ruolo e funzioni, o
magari se sta cambiando tutto per non cambiare nulla - è bene
riflettere su quello che hanno fatto e stanno facendo gli editori.
Ma che cosa facciano oggi, e cosa abbiamo fatto nel passato, non è
molto chiaro. Lo dimostra un aneddoto raccontato da Umberto Eco a
Paolo Mauri. Riguarda i libri, ma vale anche in altri ambiti:
«Una battuta che ormai la leggenda attribuisce a vari maestri
dell'editoria, da Arnoldo Mondadori a Valentino Bompiani. Una signora
chiede che cosa faccia un editore: scrive libri? No, risponde
l'editore, quelli li scrivono gli autori. Allora li stampa? No, quello
lo fa il tipografo. Li vende? No, lo fa il libraio. Li distribuisce
alle librerie? No, quello lo fa il distributore. E allora che cosa fa?
Risposta: tutto il resto.» («la Repubblica», 15 giugno 2001)
Nel Cinquecento, agli albori dell'industria editoriale, il
libraio, il
tipografo e l'editore coincidevano. Ma già da tempo gli editori hanno
iniziato a occuparsi sempre meno di produrre e distribuire
commodities, cioè merci (funzioni affidate ad altri), e sempre più di
fornire un servizio. La rete ha ulteriormente esasperato la tendenza:
i prodotti culturali non sono più
oggetti fisici (un libro, un disco,
un cd, una pellicola), ma sempre più flusso liquido di bit.
Diventa ancora più importante quel "
tutto il resto" che fanno gli
editori. Per secoli, il loro compito è stato fare da tramite tra i
produttori e i fruitori di contenuti, guardando ai conti: facendo
insieme cultura e impresa, attività economica: un editore che pubblica
libri bellissimi che (quasi) nessuno legge o produce film meravigliosi
che (quasi) nessuno va a vedere, prima o poi fallisce e smette di fare
libri e film, belli o brutti che siano (a meno che non trovi un
mecenate...).
Per raggiungere i suoi obiettivi, un editore svolge in sostanza
quattro funzioni:
1. seleziona e sceglie i talenti (perché il talento non è democratico...);
2. lavora per produrre le loro opere, migliorandole e sviluppandone
loro qualità (lavorando nel contempo anche alla gestione dei talenti e
allo sviluppo della loro creatività);
3. fa in modo che queste opere vengano conosciute e apprezzate dai
poenziali fruitori (passando per tutta la catena di promozione,
marketing, distribuzione...);
4. si preoccupa di remunerare il talento (e di pagare pù o meno
lautamente tutti i professionisti che hanno contribuito a questo
processo); lo fa attraverso il meccanismo del diritto d'autore, ma
anche pagando direttamente i creatori (per esempio i giornalisti).
Per svolgere queste funzioni, sono ovviamente necessarie competenza (o
meglio, una ampia pluralità di competenze) e risorse.
L'ultimo punto, quello sulla
remunerazione del talento, ha un'altra
implicazione importante. Per tre secoli, la remunerazione dei creatori
di contenuti è stata la garanzia dello loro libertà: non sono stati
più costretti a cercarsi un protettore politico o a un mecenate, ma
hanno trovato dei cittadini che sceglievano consapevolmente la loro
opera (all'interno di un'offerta assai ampia e plurale) e pagavano per
ottenerla. E' una straordinaria
garanzia di libertà per i creatori,
che possono operare al di fuori dei condizionamenti del potere
politico (che usa da sempre l'arte per i propri scopi) ed economico
(la pubblicità, con tutti i condizionamenti che impone). Di più:
questa libertà è un bene per tutti i cittadini: il meccanismo ha
permesso la nascita dell'opinione pubblica, contribuendo
all'affermazione delle moderne democrazie.
Inutile sottolineare che una rete in cui i prodotti culturali devono
essere tutti gratuiti per tutti rende questo sistema
impraticabile. Ma
se non sono pagati dagli utenti, da chi può essere sostenuta la
produzione di prodotti culturali? In passato è stata sostenuta da un
potere politico più o meno democratico; dalla pubblicità (come nel
caso delle televisoni commerciali); o ancora dalle università.
Oggi lo scenario sta cambiando molto rapidamente, e in direzioni
imprevedibili. Grazie alla rete, un artista (
che sia scrittore,
musicista, cineasta...) ha di fronte a sé una varietà di opzioni per
produrre la propria opera, per promuoverla e per raggiungere il
pubblico: accanto agli editori tradizionali, la rete offre uno spettro
sempre più ampio di canali e strumenti. Nel
valutarli, è opportuno
riflettere sulle funzioni dell'editore, Sia per chi produce contenuti,
sia per chi ne gode, sia per la società nel suo insieme.
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