LE FALSITA' DI ADRIANO SOFRI SU "IL SEGRETO DI PIAZZA FONTANA"

di Paolo Cucchiarelli - 14 Aprile 2012

Caro Sofri, perché le due bombe, che potrebbero permettere di capire fino in fondo il "modulo" usato dai servizi segreti per tappare la bocca a tutti, le sono così indigeste? Ecco cinque domande all'ex leader di Lotta Continua

LE FALSITA' DI ADRIANO SOFRI SU


Paolo Cucchiarelli Andiamo al sodo. Caro Sofri, che 'gliene cale' a lei se a Piazza Fontana sono esplose una o due bombe? Cosa cambia, visto che l'inchiesta "Il segreto di Piazza Fontana", da lei così sarcasticamente attaccata, inchioda fascisti di Ordine Nuovo, politici, servizi segreti italiani e stranieri alle loro responsabilità? Le sue contestazioni al libro vengono giù come birilli ma vorrei sapere perché le due bombe, che potrebbero permettere di capire fino in fondo il "modulo" usato dai servizi segreti per tappare la bocca a tutti, le sono così indigeste?
Non c'è nell'inchiesta un punto - se non le due bombe - che diverga da quel senso comune storico che non è bastato, però, nonostante 11 giudizi, a mettere ordine nelle tessere scomposte del mosaico della strage. E allora perché questo tentativo di stroncare - non di criticare- questa tesi?
Non ripropongo la pista anarchica, né la teoria degli opposti estremismi, né la commistione tra rossi e neri: parlo di una trappola studiata a tavolino, pianificata con l'infiltrazione, realizzata attraverso l'intervento di un fascista che "raddoppia" una specie di petardo attaccato ad un orologio, che l'avrebbe fatto scoppiare certamente a banca chiusa. Si tratta di un modulo poi usato altre volte da Ordine nuovo. Dove è lo scandalo? Nell'agosto del 1969, dopo le bombe del 25 aprile, messe dai fascisti, vanno in galera gli anarchici; dopo le bombe sui treni, messe dai fascisti, vanno in galera gli anarchici; dopo Piazza Fontana vanno in galera gli anarchici ma la bomba che semina morte l'hanno messa i fascisti. In tutti e tre questi casi c'è il costante tentativo di coinvolgere la sinistra con tecniche che racconto nel dettaglio.
Alcuni pensano che lei non sia un interlocutore perché parte in causa o perché è stato condannato per l'uccisione di Luigi Calabresi. Io non lo penso ma lei non è il depositario della verità su Piazza Fontana. Semmai il custode di un segreto politico amministrato in questi decenni.
I più non comprendono tanta veemenza e cosa le renda insopportabile questa lettura complessiva della strage, dei suoi retroscena operativi e politici, visto che dimostra proprio quello che a suo tempo Lotta Continua cercava di raccontare con la sua contro-informazione? Perché tanto nervosismo dopo tanto silenzio? Il mio libro è uscito nel maggio del 2009. All'epoca lei scrisse che "faceva caldo", il "Maestro" era troppo assorto, troppo in alto per abbassarsi a rispondere. Ora ha scritto oltre 100 pagine che attaccano, divagano, insultano, con citazioni a sproposito con l'unico intento di gettare un anatema sulla mia tesi. Non se ne può discutere perché lei si stranisce e smadonna? Scusi, Sofri, ma lei chi è? Un tribunale? Un'entità morale superiore? Lei è parte interessata, perché la strage e la morte di Pinelli sono legate anche all'inchiesta che Calabresi intraprese sui retroscena del 12 dicembre - dopo un percorso che il film di Giordana sintetizza, anche se non racconta che quel dossier fu fatto sparire dalla scrivania del commissario dopo la sua uccisione. A fine maggio del 1972 Calabresi avrebbe dovuto dar conto ai magistrati di quello che aveva scoperto. In questa confusione di ruoli e opinioni (si sono visti storici, per di più in ginocchio, dar lezioni con la penna tremolante) Romanzo di una strage è un'opera "corsara", nel segno di Pasolini, perché rompe - nel rispetto di tutti i protagonisti di quella tragedia- un tabù che non doveva essere diffuso.
Ecco perché lei ha atteso l'uscita del film per far colare odio sulla mia inchiesta. Come fa, ad esempio, con cinismo sconfinato, attribuendomi la volontà di voler 'infangare' Pino Pinelli, leggendo quel capitolo con una superficialità che non è concessa a lei che per anni si è "nascosto" dietro quella morte per giustificare le accuse "orribili" rivolte a Calabresi. Anche perché lei nel 2009 ha chiuso il suo volume "La notte che Pinelli" gettando la spugna. Alla giovane che le chiede cosa sia successo in quella stanza lei dice: "Non lo so". Proprio lei?
Il libro tenta di spiegare perché spariscono i reperti decisivi per capire l'operazione - i finti manifesti anarchici, la miccia nel salone della Bna, l'esplosivo che raddoppia la bombetta innocua depositata da una mano ignara. Ma lei cassa tutto, ridicolizza, sostiene che le sono fonti anonime e per di più di destra. Altra menzogna. Ho poggiato tutto sul solo lavoro d'inchiesta. In appendice al libro edito da Ponte alle Grazie, c'è una testimonianza di un fascista che ho cercato io, forte degli elementi raccolti. Nel testo riporto due, tre volte alcune sue affermazioni - tutelo la sua identità come ha chiesto quel signore e mi impone la mia professione.
Non è anonima la testimonianza di Silvano Russomanno, da cui sono andato non come dice lei, a chiedere informazioni, ma per raccogliere anche la sua versione dei fatti, né quella di Ugo Paolillo, il primo magistrato a indagare sulla strage e a cui venne tolta l'inchiesta perché stava capendo cosa era avvenuto. Del resto, lei mi accusa di utilizzare fonti anonime ma nel suo L'Ombra di Moro (p.20) sostiene tutto su una fonte anonima in base alla quale Licio Gelli avrebbe partecipato a riunioni di esperti durante il caso Moro tenute al Ministero della Marina.
Contro la mia lettura dei fatti si è scatenata un'isterica campagna, un po' ridicola e fuori del tempo, con vette di autentica comicità. Come quando il direttore de La Repubblica fa il "copia e incolla" con il dossier Sofri, gridando che non ci sono sufficienti verità giudiziarie sulla strage per poi criticarmi perché il mio libro non avrebbe riscontri giudiziari! Il direttore, che legge Sofri ma non la fonte delle critiche di Sofri, sostiene, insomma, che mi sarei inventato tutto. Non sarebbe più utile ricordare che alla magistratura fu impedito di capire? Lo ammette la sentenza di Catanzaro del 1981 quando dice che i giudici non sono riusciti a indagare il ruolo del fascista Mario Merlino nel gruppo '22 marzo', quello definito oggi da Gerardo D'Ambrosio, nel suo volume "Il Belpaese", "Un circolo pseudo-anarchico perché, a contarli tutti, di esso facevano parte fascisti, infiltrati, informatori e , addirittura, un agente di pubblica sicurezza in incognito" . Merlino era l'anello di congiunzione tra gli imputati del gruppo veneto e quelli del gruppo pseudo-anarchico.
I magistrati però non riuscirono a contestare la sua posizione "non avendo Valpreda, Merlino, Borghese e Gargamelli" mai presenziato al dibattimento. Fu un espediente giuridico: di Merlino fu così scritto che non poteva essere accomunato agli esponenti del '22 marzo' perché su di lui "grava[va] il pesante sospetto di aver concorso, assieme ad altri rimasti al di fuori del processo, nell'organizzazione di tutti gli attentati del 12 dicembre e di aver eventualmente strumentalizzato Valpreda nella esecuzione materiale di uno di essi". Il danno investigativo e di conoscenza fu irreparabile. Ma tutto questo per lei non conta.
Il film "Romanzo di una strage", al di là delle differenze, anche consistenti, con il mio lavoro, coglie narrativamente il nucleo che tiene prigioniera questa vicenda ancora oggi e che spiega la virulenza della sua reazione: le "doppie bombe" e le altre "bombe in più" che dovevano scoppiare a Milano. Ecco perché lei ha atteso l'uscita del film per replicare ad un libro di 3 anni prima. L'obiettivo è la delegittimazione dell'ipotesi delle "doppie bombe".
Il "Romanzo di una strage" è il film che rivela questo segreto, lo divulga, lo fa entrare nel circuito popolare. Questo è il nocciolo dell'isteria. E ora capisco bene perché a lei, Sofri, sia cara una frase di Kafka: "Non ci fa tanto male ricordare le nostre malefatte passate, quanto vedere i cattivi effetti delle azione che credevamo buone".


La risposta completa a Sofri nel documento in pdf qui sotto:

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Le cinque domande a Sofri:

Credo che sarebbe molto utile a tutti se lei contribuisse a chiarire alcuni interrogativi senza ancora chiara risposta

1. Nel suo scritto lei menziona Umberto Federico D'Amato. Vorrei che chiarisse ulteriormente una vicenda, da lei stesso diffusa nel 2007, per sgombrare il campo proprio da interpretazioni eccessive e fantasiose, alla Codice Da Vinci, proprio come scrive lei. Recensendo il libro di Mario Calabresi Spingendo la notte più in là e utilizzando una formula che le è cara, quella della lettera a un immaginario giovane tentato dalla violenza, ha raccontato un particolare incontro da lei fatto. "Quello Stato era fazioso e pronto a umiliare e violentare. Lo so. Una volta uno dei suoi più alti esponenti venne a propormi un assassinio da eseguire in combutta, noi e i suoi Affari Riservati". Fu uno choc. Tre giorni dopo, torna sulla questione e spiega che si trattava di Umberto Federico D'Amato, il Gran Capo degli Affari riservati, e che lei si era sbagliato: l'offerta era per una "mazzetta di omicidi". Ora nella nuova edizione dell'inchiesta spiego perché questa datazione, "un po' più di cinque anni dopo il 12 dicembre", non è plausibile ne' temporalmente, né nell'obiettivo indicato, secondo lei, da D'Amato, e cioè i Nap, Nuclei armati proletari. Lei fornisce un solo elemento, pur con il beneficio del dubbio legato al tempo trascorso, per datare quell'incontro. Eccolo: "Avendolo io interrotto su un anello che spiccava su una mano assai curata, così madornale da sembrare d'ordinanza, me ne spiegò il legame - se la memoria non mi inganna- con la morte di sua moglie, e il fresco dolore che ne provava". Sofri, credo che la memoria l'inganni, fatta salva la possibilità che anche su questo D'Amato le abbia mentito. La moglie di Umberto Federico D'Amato, Ida Melani era sicuramente viva nel 1981, come risulta dalle carte dell'inchiesta di Brescia; è tutto contenuto nell'allegato n. 31 alla relazione del 12 dicembre 2003 con protocollo 24/b1/4229. Si tratta delle carte tratte dall'inchiesta Argo 16 del giudice Mastelloni. Quelle carte divennero pubbliche pochi mesi dopo il suo articolo, quando vennero depositati, tra gli altri, anche appunti per le memorie che il Prefetto voleva scrivere. Anche quel foglietto pubblicato da Andrea Pacini nel suo volume "Il cuore occulto del potere. Storia degli Affari Riservati", nel quale il Prefetto, parlando di lei, scrive: "Ci siamo fatti paurose e notturne bevute di cognac". Ora lei ha detto che quelle sono "cazzate", che D'Amato venne messo alla porta: "Non ebbi alcun rapporto, ne' diretto, ne' indiretto con lui". Le chiedo di chiarire l'intricata vicenda, spiegando cosa vi diceste e quando avvenne quell'incontro. Unico? Come immaginare un uomo navigato e accorto come D'Amato presentarsi a casa sua per la prima e unica volta e lanciare l'idea di una mattanza a mezzadria?

2. Come mai in mano ad Alberto Caprotti (già componente della commissione finanziamenti del movimento) venne rinvenuta una agenda telefonica contente i numeri telefonici di casa e d'ufficio, riservatissimo, al Viminale, di Umberto Federico D'Amato?

3. Ha mai saputo che il servizio segreto aveva infiltrato dentro Lotta Continua la fonte 'Como'? Il dottor Guido Salvini ha rintracciato negli archivi del Sismi 47 atti intestati a questa fonte. Riscontrando l'attività informativa con l'indice generale si è raggiunta la certezza che manchino almeno 26 atti.
La fonte 'Como' non ha prodotto informazioni nel periodo tra il 14 settembre 1971 e il 13 giugno 1972. La fonte era sempre sollecitata e allertata e quindi non si capisce perché non allertare la "fonte qualificata" 'Como' a seguire attentamente anche l'omicidio Calabresi. 'Como' cessa la sua attività nel 1984 perché muore.

4. E della fonte "Partenope"? Si trattava di una "fonte umana" - dice un rapporto del Sid che a metà del 1973 aveva messo in piedi una vera e propria azione di controllo sul leader socialista Giacomo Mancini: in codice veniva chiamata Azione Mecomio, una specie di mini-Watergate all'italiana, come giustamente la definisce Norberto Valentini ne La notte della madonna. Tutte le telefonate che arrivavano o uscivano dall'ufficio romano di Mancini di via del Babuino 96 erano intercettate: per questo il Sid era a conoscenza dei suoi stretti legami con il gruppo dirigente di Lotta Continua. A conclusione dell'Azione Mecomio, il rapporto del Sid metteva in rilievo che sostegni finanziari giungevano a Lotta Continua dal Psi al quale, a sua volta, arrivavano dal petroliere Nino Rovelli tramite l'allora Capo della Polizia, Angelo Vicari - una strana compagnia di giro. Come si legge nell'ottimo libro di Valentini, pp. 126-7, il rapporto afferma questo: «per lunghi mesi si è atteso alla paziente raccolta di notizie e alla loro elaborazione per poter giungere a una possibile chiarificazione... Tale lavoro ha dato frutti sufficienti per una buona base di partenza per accertamenti futuri che si presentano difficili e delicati. Infatti: in data 21.5.1973, Lionello Massobrio [allora responsabile amministrativo di Lotta Continua]viene convocato dall'onorevole Giacomo Mancini (notizia da fonte certa, materiale conservato) nella sede del Psi in via del Corso; 2 nella stessa serata del 21.5.73, Lionello Massabrio, in una riunione ristretta di dirigenti di Lotta Continua nella sede di via dei Piani 26 ha comunicato ai presenti, convenuti per l'esame della situazione finanziaria del movimento che nella mattinata, la situazione finanziaria era stata rappresentata all'onorevole Mancini che aveva promesso un sostanzioso finanziamento, non escludendo altre fonti di appoggio, avendo molto a cuore la vitalità di Lotta Continua (notizia da fonte umana Partenope)».
All'interno di Lotta Continua, dunque, un informatore riferiva puntualmente su quanto si dicevano i suoi massimi dirigenti: il dato assume un enorme rilievo visto che Lc in quei mesi era sotto l'occhio del ciclone dopo l'omicidio del commissario Calabresi.

5. Lei dice nel suo libro che "Lotta Continua prese la sede in via Dandolo, a Roma, per inaugurare il giornale quotidiano, nel marzo del 1972." Così lei risponde sulla questione dei finanziamenti all'attività del giornale.
Marco Nozza ha scritto un bell'articolo su "Gli amici americani di Lotta Continua" che ricostruisce in dettaglio tutta la vicenda. Nel 1968 arriva a Roma Robert Hugh Cunningham, agente Cia che rileva il giornale "Daily American". A stampare Lotta Continua è la Art Press, quello americano è stampato dalla Dapco. Due cose diverse? No. "Perché i soci della Art Press risultano tre: Cunningham, padre, madre e figlio. Amministratore della Art Press: Cunningham junior. Che si chiama come il padre: Robert Hugh Cunningham".
Nel 1971 presso la cancelleria del tribunale civile e penale di Roma viene depositato un atto in cui due signori accettano di diventare "amministratori della Spa Rome Daily American, con deliberazione ordinaria del 27 settembre 1971". I due signori si chiamano Matteo Macciocco, il secondo Michele Sindona. Nel 1971, dunque, Sindona succede a Cunningham, quello senior, nella gestione del "Daily American", giornale che presto fallisce. Nasce il "Daily News". I proprietari sono Robert Hugh Cunningham senior e junior. Mentre fallisce il "Daily American", succede che Lotta Continua cambia tipografia e non si fa più stampare dalla Art Press, E' nata la "Tipografia 15 giugno" di cui sono soci Angelo Brambilla Pisoni, Pio Baldelli, Marco Boato, Lionello Massobrio e un ultimo socio che non è italiano: si chiama Robert Hugh Cunningham junior, il figlio. (Notizie tratte da "Il Giorno" del 31 luglio 1988). Quello che scrive Marco Nozza è vero?

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