Il triticale, un OGM ante litteram

di Dario Bressanini - 3 Aprile 2012

Mentre in un OGM moderno si trasferiscono solitamente uno o due geni provenienti da una seconda specie, il triticale contiene interamente il genoma di due specie diverse. Eppure questo non ne modifica le proprietà. Il concetto di “naturalità”, infatti, non ha molto senso scientifico ma è un costrutto sociale

Dario Bressanini Uno dei passatempi preferiti dagli appassionati di orticoltura è provare a ottenere incroci tra le specie vegetali più disparate. Di solito le piante prodotte da questi incroci amatoriali danno frutti sterili. Tuttavia con molta pazienza, tecnica e fortuna a volte si riesce a produrre un incrocio fertile e con una discendenza stabile: una nuova specie.

Nel 1875 il botanico scozzese Steven Wilson illustrava ai colleghi della società botanica di Edimburgo i risultati dei suoi tentativi di incrocio tra il frumento e la segale, due piante che appartengono non soltanto a specie ma anche a generi diversi. Wilson era riuscito per la prima volta a ottenere piante con caratteristiche intermedie tra quelle dei due progenitori ma completamente sterili.

Il primo incrocio fertile tra il frumento tenero e la segale fu ottenuto qualche anno dopo, nel 1888, dall'agronomo tedesco Wilhelm Rimpau. Probabilmente all'epoca Rimpau non si rese conto dell'importanza storica dell'evento: aveva assistito alla creazione di una nuova specie che non esisteva prima in natura. Quella nuova specie fu chiamata in seguito triticale dai nomi dei suoi due progenitori, Triticum (il frumento) e Secale (la segale). La piantina di Rimpau però era soltanto parzialmente fertile: produsse quindici semi, di cui soltanto dodici riuscirono a germinare.

I tentativi di produrre un incrocio fertile tra il frumento e la segale che avesse le migliori caratteristiche di entrambi i genitori proseguirono nei successivi decenni con alterne fortune. Si raggiunse il successo, provando a incrociare la segale con il grano duro anziché quello tenero, quando nel 1937 si scoprì che la colchicina, una sostanza prodotta dal fiore Colchicum autumnale, era in grado di trasformare i semi sterili del triticale in semi fertili.

La colchicina induce nella pianta il raddoppio del numero dei cromosomi. In un animale ciò porta generalmente alla morte, ma in un vegetale le cose possono andare diversamente. In genere le piante con un numero dispari di copie di cromosomi sono sterili; la banana coltivata per esempio non produce semi perché è un triploide, con un corredo cromosomico triplo, così come il cocomero senza semi che troviamo al supermercato.

Quando si incrocia il grano duro, un tetraploide, con la segale che è un diploide, si ottiene un triploide sterile. La colchicina, raddoppiando i cromosomi, genera un esaploide fertile, il triticale appunto. Quei pochi embrioni ottenuti dagli incroci, che non sarebbero mai sopravvissuti in ambiente naturale dopo il trattamento con la colchicina, vennero nutriti e fatti crescere in laboratorio. I risultato fu la «innaturale» creazione di una nuova specie fertile che conteneva geni (tutti i geni) di due specie preesistenti. La legge non impone di chiamare OGM il triticale perché non è stato ottenuto con le tecniche del DNA ricombinante. A tutti gli effetti pratici però il suo genoma è stato modificato dall'uomo e contiene geni di due specie diverse.

Nel 1968 il triticale venne seminato commercialmente per la prima volta, su 40000 ettari, in Ungheria. Negli anni immediatamente successivi furono sviluppate e coltivate varietà di triticale adatte ai climi di Canada, Spagna, Messico e altri Paesi. Oggi il triticale è seminato in tutto il mondo su 3 milioni di ettari, con una produzione annuale che supera i 13 milioni di tonnellate e con Polonia e Germania primi produttori mondiali.

Il triticale ha un contenuto di proteine superiore al frumento ma è meno adatto alla panificazione. Oggi si usa prevalentemente come foraggio ma la FAO e altri organismi internazionali stanno cercando di incentivarne l'uso per l'alimentazione umana.

Mentre in un OGM moderno si trasferiscono solitamente uno o due geni provenienti da una seconda specie, il triticale contiene interamente il genoma di due specie diverse. Se vogliamo possiamo chiamare il triticale un OGM ante litteram, anche se, per ironia della sorte, si trova a volte in vendita nei negozi di prodotti «naturali». Questo se si insiste nel rimarcare l'"origine" dei geni.

Ma quanto è "naturale" il triticale? Dipende dal significato che attribuite voi al termine "naturale". Come abbiamo più volte fatto notare in questo blog il concetto di "naturalità" non ha molto senso scientifico ma è un costrutto sociale a cui persone diverse associano significati e valenze diverse. A volte con una "carica emotiva" molto forte.

E' un incrocio tra specie diverse: per alcuni il fatto che sia un "incrocio" fa pendere immediatamente sulla bilancia il piatto "naturale". Così, a "pelle", senza ragionamenti. "incrocio" è per molti una parola rassicurante. Però è pur vero che i geni provengono da specie diverse: è sempre "naturale" un incrocio tra specie diverse? Un ipotetico incrocio tra un uomo e uno scimpanzé come verrebbe considerato? Oppure escludiamo gli animali? E perché? C'è poi da considerare che senza il raddoppio dei cromosomi, ad opera della colchicina, il triticale sarebbe sterile, un po' come gli incroci tra asini e cavalli, e quindi a tutti gli effetti il triticale è una nuova specie creata dall'uomo in laboratorio.

Il mio pensiero lo sapete: alla fine chissenefrega di cosa è naturale e di cosa non lo è. Lascio volentieri la discussione ai filosofi (ma anche agli psicologi). Quello che importa sono, come sempre, le proprietà dell'oggetto in questione e non "chi" l'ha prodotto o "in che modo" o da dove provengano i geni. Che si stia parlando di molecole, di piante o di animali quello che conta sono le proprietà che possiedono.

Se in laboratorio oggi utilizzassimo delle tecniche di ingegneria genetica per produrre il triticale sarebbe, per la legge, un OGM, ma questo non ne cambierebbe certo le proprietà. Secondo un detto popolare l'oca, per la sua versatilità gastronomica, è chiamata «il maiale a due zampe». Ora immaginate una legge che imponesse di chiamare maiale l'oca: forse che ne cambierebbe il sapore?

Dal blog di Dario Bressanini

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