Figli dell'amianto

di Samanta Di Persio - 24 Febbraio 2012

Il drammatico racconto di una lavoratrice dell'Eternit di Casale Monferrato. "Sin dal '75 mi è stata riscontrata l'asbestosi. Non sono morti solo i lavoratori, ma anche i parenti, i figli di chi lavorava all’Eternit". La testimonianza, raccolta nel libro "Morti Bianche"



Samanta Di Persio Casale Monferrato. "Sono Annamaria Giovannola. Ho cominciato a lavorare all'Eternit nel 1955, avevo 19 anni. Per undici mesi ho lavorato con una cooperativa. Eravamo tantissime donne e uomini, facevamo turni dalle 5 alle 13, dalle 13 alle 21. All'inizio prendevo 35 mila lire al mese, poi con le lotte sindacali e la scala mobile il salario è aumentato. (...) Dopo un anno fummo assunti dall'Eternit. Non eravamo sempre nello stesso reparto, dove avevano bisogno ci mandavano. (...) Ricordo che gli uomini facevano i lavori più pesanti, mentre noi donne lavoravamo al reparto manufatti. Facevamo tutti pezzi per l'edilizia. Per la prevenzione della salute non c'era niente. Era impossibile lavorare con la mascherina quando divenne obbligatoria, lavoravamo a cottimo e la mascherina sarebbe stata di intralcio alla libertà dei movimenti, quando il sudore scendeva giù per il viso. Più lavoravi e più prendevi. Ad un certo punto misero dei filtri, ma li chiudevano e li riaprivano, non veniva fatta manutenzione.

I primi anni c'era un trenino che arrivava con il carico di amianto nella stazione che era in periferia. Una ditta scaricava il materiale, lo metteva sul carro merci e poi attraversava tutta Casale e arrivava allo stabilimento. L'Amianto veniva trasportato a cielo aperto. Dove passava il trenino, sicuramente perdeva qualcosa. Infine veniva scaricato vicino lo stabilimento. Gli uomini lo caricavano sul carrello e lo portavano dentro lo stabilimento. L'unica protezione che indossavano noi donne era un fazzoletto in testa per proteggere i capelli, perchè quando ci spogliavamo eravamo tutte grigie.

Nel 1960 mi sono sposata e l'anno dopo ho avuto una bambina. Allora avevamo già un permesso per allattare i figli. Lavoravo per tre ore, poi avevo un'ora a disposizione per l'allattamento. Tornavo a casa, nemmeno toglievo il grembiule perchè il tempo passava in fretta. Chissà quanto amianto avrà mangiato mia figlia! E poi a lavoro per altre tre ore.

Dopo più di vent'anni che lo stabilimento è chiuso, non sono morti solo i lavoratori, ma anche i parenti, i figli di chi lavorava all'Eternit. Io ho lavorato fino agli ultimi anni di vita della ditta. Già dal 1975 mi fu riscontrata l'asbestosi al 21 per cento, non sono andata via perchè sapevo che ormai il danno ce l'avevo e allontanarmi non sarebbe servito a tornare sana, anzi è una malattia che può solo peggiorare. Però potevo continuare a lottare con il sindacato per ottenere qualcosa in più. Ma all'INAIL ti rendi conto dell'ingiustizia di cui siamo vittime. (...) Ad alcuni colleghi, fino al mese prima di morire per mesotelioma, è stato raccontato che non c'erano stati peggioramenti.

Ora ho il 44 per cento di invalidità. Non solo ho difficoltà a camminare, ma non riesco ad affrontare nemmeno una semplice discussione da seduta, mi sento strappare in mezzo alla schiena. (...) C'è voluta la pazienza dell'INCA CGIL e dei sindacalisti Bruno Pesce e Nicola Pondrano, per avere i nostri diritti. Perchè i padroni, sono sempre i padroni.

Oggi ho sempre paura per mia figlia, nessuno può assicurarmi che sia salva" (Tratto dal libro "Morti bianche")

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