GRECIA IN DEFAULT, MA TRUCCARONO I CONTI

Intervista a Marco Cobianchi - 16 Febbraio 2012

L'origine della crisi greca risale agli anni '90. Ci fu una manomissione dei conti pubblici per rientrare nei parametri di Maastricht. Anche Francia, Germania e Italia truccarono i bilanci. E ci riuscirono grazie alla complicità delle grosse banche d'affari

GRECIA IN DEFAULT, MA TRUCCARONO I CONTI


Marco Cobianchi Il probabile fallimento della Grecia e la sua conseguente uscita dall'Euro non deve far dimenticare l'origine di questa crisi. Questa è da ricercarsi nella manomissione dei conti pubblici avvenuta negli anni passati, anni in cui i paesi europei dovevano rispettare alcuni parametri, in particolare quelli di Maastricht stabiliti nel 1992 per accedere all'Euro, all'unione monetaria.

Ciò che nessuno ha mai considerato abbastanza è il fatto che i parametri stabiliti nel 1992, (un deficit rispetto al Pil inferiore al 3% e un debito pubblico rispetto al Pil inferiore al 60%), non sono mai stati rispettati dai paesi europei, tra questi anche quelli che oggi stanno mettendo alle corde la Grecia. Di fatto, gli Stati hanno letteralmente truccato i conti pubblici, per questo siamo davanti ad un vero paradosso: gli stati stabiliscono dei parametri e poi truccano i conti pubblici per rientrarci.

Guardiamo alla Francia. Negli anni 90 prelevò di imperio 37,5 miliardi di Euro dal fondo pensioni di France telecom e li mise sul bilancio pubblico come nuove entrate. Questo gli permise di rispettare i parametri di Maastricht e quindi far parte dell'Europa. Il prelievo riuscì in un sol colpo a far diminuire il deficit del 1996 dello 0,5%.

A truccare i conti fu anche la Germania di Helmut Kohl. Nel 1995, infatti, lo Stato tedesco fece uscire dal bilancio dello Stato la Kfv, che corrisponde alla nostra Cassa depositi e prestiti. Si tratta di una società pubblica che eroga prestiti agli enti locali e che oggi ha 430 miliardi di debiti. Dal 1995, però, non fa parte del bilancio pubblico tedesco, quindi i suoi debiti non vengono contabilizzati.

Anche l'Italia ha utilizzato questi escamotage. Nel 2000 venne pubblicato un famoso rapporto stilato da Gustavo Piga. Secondo tale rapporto nel 1995 ci fu un paese, ovviamente Piga non citò mai l'Italia, ma gli indizi erano precisi e concordanti, che chiuse un'operazione di swap, un'operazione finanziaria con una grande banca d'affari, anche questa mai citata. Tuttavia le ipotesi sono due: o era la JP Morgan, o era la Goldman Sachs. Con quell'operazione quel paese aveva emesso dei Bond denominati in Yen e siccome lo Yen si era svalutato, l'emittente aveva un guadagno latente su questa emissione. L'emittente, molto probabilmente l'Italia, stabilì un accordo con questa banca d'affari: la banca pagava subito il valore dell'obbligazione in cambio dell'impegno a incassare l'anno successivo, alla scadenza di queste obbligazioni, l'importo versato più un certo interesse. Praticamente fu un anticipo in contanti, anche questo permise a quel paese nel 1995 di rientrare nei parametri di Maastricht.

Ma l'Italia fece anche altro, ci fu la mitica tassa sull'oro, fu un'operazione finanziaria che permise all'Italia di evitare il rinvio dell'ingresso nell'Euro mettendo una tassa sul trasferimento di oro da un ufficio statale alla Banca d'Italia. Gli stessi giochetti sull'oro attraverso la rivalutazione delle riserve, piuttosto che tasse, lo fecero praticamente tutti gli altri paesi europei.

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