La Roma contro l'Inter...e quel Borini, rompiscatole, buono, sognatore, e decaffeinato. La squadra vince, la città no
C'è chi spinge, fatica, si diverte. Non cerca scuse, non si nasconde. Di là: Roma, la città, il ghiaccio per le strade, le scuole chiuse, Alemanno che rimpalla responsabilità, nessuno che si muove per togliere gli alberi caduti sulle macchine; di qua: la Roma, quella scesa in campo contro l'Inter, vincente, che straccia avversari e demoni, che fa aprire l'Olimpico anche se le scuole sono chiuse, che fa attraversare la città ai romani, anche se poi a lavoro non ci vanno. Il calcio, lo sport, la vita, non più questione di parole: ma di voglia. Prendete Fabio Borini, classe 91, il migliore della partita, quella partita finita 4-0, contro un Inter senza anima né cuore. Dicevamo, prendete Borini, quando gli chiedono: non avevi freddo, sembrava ti muovessi a tuo agio a queste temperature polari? Lui, risponde: "Se voglio diventare un campione, non devo sentirlo". Et voilà, sistemata la commiserazione altrui.
Poteva darsi arie, negarsi, dire che aveva fretta. Soprattutto dopo una partita così, in cui ha corso, e corso, e corso, e segnato, e corso, e segnato, e corso, e corso. Invece, è stato mezzora a parlare, a conoscere tutti quelli che lo avvicinavano: niente culto della personalità, nessun i-pad nelle orecchie. Addio lost generation, sono arrivati i ricambi. Fatti di pezzi nuovi: che hanno già la volontà scolpita, prima del corpo. Che credono nel contatto umano, nello stare in mezzo alla gente. Nel rimboccarsi le maniche, e faticare. Se serve. Quando gli chiedono di parlare in inglese, così, per scherzo. Lui, lo fa. "I fun", dice. Si capisce, si diverte. E, poi, ricorda che giocare a calcio è un privilegio, non un lavoro. "Sono un ragazzo fortunato". E si migliora. Insomma, lui cresce. Fa passi piccoli e grandi. Ma procede. Va avanti. Cambia. Lui, come la Roma. La Roma, sì, non Roma.
Ma, le mie domande sono queste: perché l'Olimpico era aperto mentre le scuole sono rimaste chiuse? Perché tutti si sono mossi per andare allo stadio e non per andare a lavoro? Perché c'erano allo stadio le forze dell'ordine schierate come non mai, e per strada no, in questi giorni di emergenza (a Prati, gli alberi sono caduti sulle macchine, e nessuno è venuto mai a toglierli...per non parlare del ghiaccio)? Perché allo stadio i milanesi guardavano i romani come degli alieni, che non sapevano gestire un metro di neve?
Ps: anche se non c'entra niente, auguri a Francois Truffaut, che, come ci ricorda google, oggi avrebbe compiuto 80 anni. Il mio cane, un golden retriever di 12 anni (ma che ne dimostra 6) si chiama Antoine Doinel, e in quel nome ci sono sempre tutte le risposte ai miei dubbi.
C'è chi spinge, fatica, si diverte. Non cerca scuse, non si nasconde. Di là: Roma, la città, il ghiaccio per le strade, le scuole chiuse, Alemanno che rimpalla responsabilità, nessuno che si muove per togliere gli alberi caduti sulle macchine; di qua: la Roma, quella scesa in campo contro l'Inter, vincente, che straccia avversari e demoni, che fa aprire l'Olimpico anche se le scuole sono chiuse, che fa attraversare la città ai romani, anche se poi a lavoro non ci vanno. Il calcio, lo sport, la vita, non più questione di parole: ma di voglia. Prendete Fabio Borini, classe 91, il migliore della partita, quella partita finita 4-0, contro un Inter senza anima né cuore. Dicevamo, prendete Borini, quando gli chiedono: non avevi freddo, sembrava ti muovessi a tuo agio a queste temperature polari? Lui, risponde: \"Se voglio diventare un campione, non devo sentirlo\". Et voilà, sistemata la commiserazione altrui.
\n\nPoteva darsi arie, negarsi, dire che aveva fretta. Soprattutto dopo una partita così, in cui ha corso, e corso, e corso, e segnato, e corso, e segnato, e corso, e corso. Invece, è stato mezzora a parlare, a conoscere tutti quelli che lo avvicinavano: niente culto della personalità, nessun i-pad nelle orecchie. Addio lost generation, sono arrivati i ricambi. Fatti di pezzi nuovi: che hanno già la volontà scolpita, prima del corpo. Che credono nel contatto umano, nello stare in mezzo alla gente. Nel rimboccarsi le maniche, e faticare. Se serve. Quando gli chiedono di parlare in inglese, così, per scherzo. Lui, lo fa. \"I fun\", dice. Si capisce, si diverte. E, poi, ricorda che giocare a calcio è un privilegio, non un lavoro. \"Sono un ragazzo fortunato\". E si migliora. Insomma, lui cresce. Fa passi piccoli e grandi. Ma procede. Va avanti. Cambia. Lui, come la Roma. La Roma, sì, non Roma.
\n \nMa, le mie domande sono queste: perché l'Olimpico era aperto mentre le scuole sono rimaste chiuse? Perché tutti si sono mossi per andare allo stadio e non per andare a lavoro? Perché c'erano allo stadio le forze dell'ordine schierate come non mai, e per strada no, in questi giorni di emergenza (a Prati, gli alberi sono caduti sulle macchine, e nessuno è venuto mai a toglierli...per non parlare del ghiaccio)? Perché allo stadio i milanesi guardavano i romani come degli alieni, che non sapevano gestire un metro di neve?
\n\nPs: anche se non c'entra niente, auguri a Francois Truffaut, che, come ci ricorda google, oggi avrebbe compiuto 80 anni. Il mio cane, un golden retriever di 12 anni (ma che ne dimostra 6) si chiama Antoine Doinel, e in quel nome ci sono sempre tutte le risposte ai miei dubbi.