A nome degli italiani ti chiedo scusa per il no all'arresto del tuo concittadino Nicola Cosentino
Caro Don Peppe Diana,
ho riflettuto molto prima di scriverti questa lettera. Mi sono chiesto, quasi tormentandomi, quanti interpreterebbero questo scritto una cosa ridicola. Scrivere a te, un morto. Mi sono chiesto che senso può essere dato a queste poche righe, in questi giorni di freddo e angosce.
Eppure la necessita di parlarti ha fugato ogni dubbio, anche se ha il sapore dell'illusione.
Sono orgoglioso di essere un meridionale. Un meridionale come te, don Peppe. Ed è bellissimo affermarlo oggi, in quest'Italia divisa e confusa. E poco importa il luogo fisico che ci circonda: io sono orgogliosamente del Sud a Milano come a Cosenza, a Napoli come a Madrid, Helsinki, New York, Pyongyang.
Nel 1994, quando la Camorra ti ha ammazzato, avevo 14 anni. E i giornali che giravano nella mia scuola non diedero neppure la notizia. La tua storia l'ho appresa più in là, durante gli anni dell'Università, grazie a un amico che trovò traccia della tua morte mentre lavorava alla sua tesi sulle vittime di mafia. E quando nell'estate del 2008 mi invitarono a parlare di 'ndrangheta nella tua città, Casal di Principe, in occasione dell'iniziativa "Le terre di Don Peppe Diana" ebbi come un moto di orgoglio, quasi infantile. Ma era bellissimo poter prendere parte a qualcosa che ti ricordasse. Quel giorno mi sentii fiero di me, di là da meriti materiali.
Oggi, invece, caro don Peppe, ti scrivo perché quella fierezza l'ho persa. Ti scrivo perché in Italia continuiamo ad ucciderti ogni giorno, in ogni gesto. Ti scrivo perché sono convinto che negare l'arresto di un politico accusato di Camorra vuol dire uccidere, un'altra volta, ogni persona caduta per mano mafiosa.
Forse starai pensando che la faccenda di Nicola Cosentino, di Nick o' Mericano, come lo chiamano dalle tue parti, è solo l'ennesimo schiaffo alla storia, alla lotta civile, all'impegno, alla memoria. E credo che hai ragione. E' solo l'ennesimo schiaffo.
Io non ho dimenticato la campagna mediatica spinta dai clan dopo la tua morte: "Don Peppe Diana era un camorrista", titolavano i giornali. Storie inventate, pagate dai boss sui giornali locali, che poi sono quelli che restano, quelli che trovi dal barbiere, dal meccanico, al bar.
Al Sud denigrare chi combatte il sistema mafioso è prassi. Lo fanno le organizzazioni criminali, per sporcarti. Perché, soprattutto nei paesi, vale la logica del "tutti sporchi, nessuno sporco". Ma lo fanno anche le persone comuni, quelle che hanno deciso di non prendere parte. E' una reazione infida, quasi bastarda. Ti schiaccia le tempie, ne senti il disgusto ad ogni goccia di saliva che ingoi. Poi ti accorgi che è dovuta a precariato, speranza di ottenere un posto di lavoro chissà quando, negazione come privazione dei propri sogni.
Così chi scrive libri contro i clan è un affarista, chi fa inchieste ha qualche interesse da portare avanti, chi si danna sul territorio è solo in cerca di visibilità. E' un vanitoso, un mistificatore.
Chissà cosa hai fatto, lassù, caro don Peppe, quando i parlamentari italiani hanno deciso che la legge è uguale per tutti ma non per il tuo concittadino Nick o' Mericano. Magari avrai brindato all'idiozia umana, o avrai stretto le spalle. Oppure sarai andato nel tuo cassetto a riprendere la lettera che scrissi anni fa: "Per amore del mio popolo non tacerò".
Sai cosa dice di te Nicola Cosentino? Che eri un suo sostenitore politico. Non preoccuparti, non ci ha creduto nessuno.
Ma anche per questo, caro don Peppe, da italiano ti chiedo scusa.
Caro Don Peppe Diana, \nho riflettuto molto prima di scriverti questa lettera. Mi sono chiesto, quasi tormentandomi, quanti interpreterebbero questo scritto una cosa ridicola. Scrivere a te, un morto. Mi sono chiesto che senso può essere dato a queste poche righe, in questi giorni di freddo e angosce. \nEppure la necessita di parlarti ha fugato ogni dubbio, anche se ha il sapore dell'illusione. \nSono orgoglioso di essere un meridionale. Un meridionale come te, don Peppe. Ed è bellissimo affermarlo oggi, in quest'Italia divisa e confusa. E poco importa il luogo fisico che ci circonda: io sono orgogliosamente del Sud a Milano come a Cosenza, a Napoli come a Madrid, Helsinki, New York, Pyongyang.
\nNel 1994, quando la Camorra ti ha ammazzato, avevo 14 anni. E i giornali che giravano nella mia scuola non diedero neppure la notizia. La tua storia l'ho appresa più in là, durante gli anni dell'Università, grazie a un amico che trovò traccia della tua morte mentre lavorava alla sua tesi sulle vittime di mafia. E quando nell'estate del 2008 mi invitarono a parlare di 'ndrangheta nella tua città, Casal di Principe, in occasione dell'iniziativa \"Le terre di Don Peppe Diana\" ebbi come un moto di orgoglio, quasi infantile. Ma era bellissimo poter prendere parte a qualcosa che ti ricordasse. Quel giorno mi sentii fiero di me, di là da meriti materiali. \nOggi, invece, caro don Peppe, ti scrivo perché quella fierezza l'ho persa. Ti scrivo perché in Italia continuiamo ad ucciderti ogni giorno, in ogni gesto. Ti scrivo perché sono convinto che negare l'arresto di un politico accusato di Camorra vuol dire uccidere, un'altra volta, ogni persona caduta per mano mafiosa.
\nForse starai pensando che la faccenda di Nicola Cosentino, di Nick o' Mericano, come lo chiamano dalle tue parti, è solo l'ennesimo schiaffo alla storia, alla lotta civile, all'impegno, alla memoria. E credo che hai ragione. E' solo l'ennesimo schiaffo.\nIo non ho dimenticato la campagna mediatica spinta dai clan dopo la tua morte: \"Don Peppe Diana era un camorrista\", titolavano i giornali. Storie inventate, pagate dai boss sui giornali locali, che poi sono quelli che restano, quelli che trovi dal barbiere, dal meccanico, al bar. \nAl Sud denigrare chi combatte il sistema mafioso è prassi. Lo fanno le organizzazioni criminali, per sporcarti. Perché, soprattutto nei paesi, vale la logica del \"tutti sporchi, nessuno sporco\". Ma lo fanno anche le persone comuni, quelle che hanno deciso di non prendere parte. E' una reazione infida, quasi bastarda. Ti schiaccia le tempie, ne senti il disgusto ad ogni goccia di saliva che ingoi. Poi ti accorgi che è dovuta a precariato, speranza di ottenere un posto di lavoro chissà quando, negazione come privazione dei propri sogni. \nCosì chi scrive libri contro i clan è un affarista, chi fa inchieste ha qualche interesse da portare avanti, chi si danna sul territorio è solo in cerca di visibilità. E' un vanitoso, un mistificatore.
\nChissà cosa hai fatto, lassù, caro don Peppe, quando i parlamentari italiani hanno deciso che la legge è uguale per tutti ma non per il tuo concittadino Nick o' Mericano. Magari avrai brindato all'idiozia umana, o avrai stretto le spalle. Oppure sarai andato nel tuo cassetto a riprendere la lettera che scrissi anni fa: \"Per amore del mio popolo non tacerò\". \nSai cosa dice di te Nicola Cosentino? Che eri un suo sostenitore politico. Non preoccuparti, non ci ha creduto nessuno. \nMa anche per questo, caro don Peppe, da italiano ti chiedo scusa.