Le cose trovano più rapida e convinta attuazione se vi sono attori sociali che condividono il disegno e lo sostengono nel Paese. Per questo, la sfida oggi è costruire un grande patto sociale
Un governo politico che nasce per una scelta politica responsabile in un sentiero molto stretto. Una prima fase in cui il Governo in gran parte ha concentrato la sua attività nell'adempiere, con più credibilità ed equilibrio, agli impegni assunti in sede europea dal precedente governo. Un governo, quello Monti, che per proseguire ha naturalmente bisogno di scelte politiche, e perciò di un appoggio parlamentare che la politica deve mettere in campo.
Per il momento, specie nel campo del PdL, c'è una sorta di doppia verità: in parlamento il sostegno, cercando comunque di contenere l'ambizione riformatrice del Governo, nell'opinione pubblica mille distinguo.
Ora è evidente che non c'è nulla di più politico della fase due del governo Monti. L'urgenza dei primi provvedimenti in una situazione drammatica (che non è ancora superata) ha sostanzialmente portato ad una approvazione senza alternativa (salvo il cospicuo miglioramento ottenuto in direzione di una maggiore equità). Ma ora fare le riforme necessarie significa mettere in campo una idea del paese, valutare le priorità, considerare la portata degli interessi in gioco. Politica appunto, a cui non si può sottrarre il Governo, non si possono sottrarre i partiti che lo sostengono. Le riforme per la crescita. E' inutile illudersi che la crescita la possa fare il Governo mettendo a disposizione miliardi che non ci sono. Certamente vanno liberate risorse correggendo sprechi e errate priorità, ma ciò che va corretta è la bassa competitività che ormai caratterizza il sistema Italia. Riforme perciò: della pubblica amministrazione, in direzione del merito e dell'efficienza, del mercato del lavoro per correggerne l'inaccettabile dualismo, liberalizzazioni di grandi settori ancora con incrostazioni monopoliste, semplificazione ed alleggerimento degli eccessi di intermediazione pubblica, dai costi della intermediazione politica e quelli della burocrazia. Per farle occorrono idee chiare, occorre un sostegno parlamentare che in questo campo è sempre stato avaro. Ricordo bene quando ho collaborato con Bersani alle prime lenzuolate. Dovemmo imporle a scatola chiusa alla stessa maggioranza di centrosinistra molto recalcitrante. Occorre però un'altra cosa: la capacità di promuovere un'ampia concertazione sociale. Per cambiare le cose in modo così diffuso e profonda come serve la legge approvata non basta. C'è bisogno che vi sia nel corpo sociale una convinzione, una quotidiana mobilitazione per raggiungere gli obiettivi che ci si prefigge.
Non si tratta, come a volte si legge, di immaginare inconcludenti tavoli di discussione bloccati da reciproci diritti di veto. Anche le positive esperienze del governo Ciampi sono avvenute in un contesto molto diverso, con sindacati e associazioni di categoria con una forza rappresentativa molto più robusta dell'attuale. Si tratta di essere convinti che le cose trovano più rapida e convinta attuazione se vi sono attori sociali che condividono il disegno, lo sostengono nel paese, contribuiscono a mantenere quel quadro di coesione sociale senza il quale è difficile cambiare le cose nel concreto.
E' anche un modo di non disperdere ulteriormente la capacità di rappresentanza degli interessi. Deboli i partiti, debole il Parlamento, prostrato anche da una campagna sui costi con torti e ragioni, facilitata da ritardi e timidezze su necessarie decisioni. Ma più deboli anche i sindacati, dove anche nelle fabbriche più sindacalizzate (a partire dagli stabilimenti Fiat) le adesioni sono sempre più difficili e ormai tra gli iscritti pesano più i pensionati degli attivi, senza parlare dello sterminato mondo dei lavori atipici, sostanzialmente senza rappresentanza. Ma più debole anche la rappresentanza delle categorie produttive.
E' l'occasione per tutti di misurarsi in un confronto nell'interesse del paese, sapendo ognuno assumersi la propria parte di responsabilità. La storia del sindacato italiano è ricca di buoni esempi. Saper cambiare per meglio difendere la sostanza degli interessi dei lavoratori.
Fare presto, certo. Ma per fare bene bisogna essere capaci di costruire un grande patto sociale.
La concertazione è una opportunità in più, non un peso
\n\n\nUn governo politico che nasce per una scelta politica responsabile in un sentiero molto stretto. Una prima fase in cui il Governo in gran parte ha concentrato la sua attività nell'adempiere, con più credibilità ed equilibrio, agli impegni assunti in sede europea dal precedente governo. Un governo, quello Monti, che per proseguire ha naturalmente bisogno di scelte politiche, e perciò di un appoggio parlamentare che la politica deve mettere in campo. \nPer il momento, specie nel campo del PdL, c'è una sorta di doppia verità: in parlamento il sostegno, cercando comunque di contenere l'ambizione riformatrice del Governo, nell'opinione pubblica mille distinguo. \nOra è evidente che non c'è nulla di più politico della fase due del governo Monti. L'urgenza dei primi provvedimenti in una situazione drammatica (che non è ancora superata) ha sostanzialmente portato ad una approvazione senza alternativa (salvo il cospicuo miglioramento ottenuto in direzione di una maggiore equità). Ma ora fare le riforme necessarie significa mettere in campo una idea del paese, valutare le priorità, considerare la portata degli interessi in gioco. Politica appunto, a cui non si può sottrarre il Governo, non si possono sottrarre i partiti che lo sostengono. \nLe riforme per la crescita. E' inutile illudersi che la crescita la possa fare il Governo mettendo a disposizione miliardi che non ci sono. Certamente vanno liberate risorse correggendo sprechi e errate priorità, ma ciò che va corretta è la bassa competitività che ormai caratterizza il sistema Italia. Riforme perciò: della pubblica amministrazione, in direzione del merito e dell'efficienza, del mercato del lavoro per correggerne l'inaccettabile dualismo, liberalizzazioni di grandi settori ancora con incrostazioni monopoliste, semplificazione ed alleggerimento degli eccessi di intermediazione pubblica, dai costi della intermediazione politica e quelli della burocrazia. \nPer farle occorrono idee chiare, occorre un sostegno parlamentare che in questo campo è sempre stato avaro. Ricordo bene quando ho collaborato con Bersani alle prime lenzuolate. Dovemmo imporle a scatola chiusa alla stessa maggioranza di centrosinistra molto recalcitrante. Occorre però un'altra cosa: la capacità di promuovere un'ampia concertazione sociale. Per cambiare le cose in modo così diffuso e profonda come serve la legge approvata non basta. C'è bisogno che vi sia nel corpo sociale una convinzione, una quotidiana mobilitazione per raggiungere gli obiettivi che ci si prefigge. \nNon si tratta, come a volte si legge, di immaginare inconcludenti tavoli di discussione bloccati da reciproci diritti di veto. Anche le positive esperienze del governo Ciampi sono avvenute in un contesto molto diverso, con sindacati e associazioni di categoria con una forza rappresentativa molto più robusta dell'attuale. Si tratta di essere convinti che le cose trovano più rapida e convinta attuazione se vi sono attori sociali che condividono il disegno, lo sostengono nel paese, contribuiscono a mantenere quel quadro di coesione sociale senza il quale è difficile cambiare le cose nel concreto. \nE' anche un modo di non disperdere ulteriormente la capacità di rappresentanza degli interessi. Deboli i partiti, debole il Parlamento, prostrato anche da una campagna sui costi con torti e ragioni, facilitata da ritardi e timidezze su necessarie decisioni. Ma più deboli anche i sindacati, dove anche nelle fabbriche più sindacalizzate (a partire dagli stabilimenti Fiat) le adesioni sono sempre più difficili e ormai tra gli iscritti pesano più i pensionati degli attivi, senza parlare dello sterminato mondo dei lavori atipici, sostanzialmente senza rappresentanza. Ma più debole anche la rappresentanza delle categorie produttive. \nE' l'occasione per tutti di misurarsi in un confronto nell'interesse del paese, sapendo ognuno assumersi la propria parte di responsabilità. La storia del sindacato italiano è ricca di buoni esempi. Saper cambiare per meglio difendere la sostanza degli interessi dei lavoratori. \nFare presto, certo. Ma per fare bene bisogna essere capaci di costruire un grande patto sociale.