
Scontri e violente repressioni in
Piazza Tahrir, dove le forze del nuovo regime militare
hanno reagito duramente alla nuova esplosione delle proteste, portate avanti da giovani e attivisti, che nei mesi scorsi avevano portato al rovesciamento del regime di Mubarak. Un rapporto di
Amnesty International sull'Egitto, intitolato
"Promesse mancate" fotografa la situazione attuale del Paese. Evidenziando che l'attesa
"primavera araba" si è in realtà tradotta in un lungo inverno.
Qual è la situazione che si vive in queste ore in Egitto?
"È una situazione drammatica e preoccupante
per via della violenza con cui sono state represse le manifestazioni e, da quello che ci dicono anche osservatori e testimoni oculari, c'è molta
rabbia. Il tutto, a una settimana ormai dalle elezioni, in un momento in cui pare che il governo ad interim venga sostituito da un momento all'altro e con una situazione, dal punto di vista dei
diritti umani, estremamente negativa."
Dunque i militari sono peggio di Mubarak?
"
Il bilancio del nuovo governo egiziano è pessimo, perché per buona parte si colloca in continuità con le pratiche repressive dei decenni di Mubarak dal punto di vista
dell'impiego della tortura all'interno dei centri di detenzione, dell'uso delle
corti marziali per processare i civili.
12 mila (il dato risale ad agosto e quindi è possibile che sia più alto oggi) sono i civili processati dai tribunali militari in spregio alle norme sull'equità dei processi. Ci sono state
13 condanne a morte emesse e questo vuole dire che anche la pena capitale continua a essere applicata. E poi continua
questo senso di impunità, per cui nonostante lo Scaf avesse promesso di fare piena luce su eventuali episodi di violazione dei diritti umani, ad oggi non c'è un solo caso noto ad Amnesty International in cui gli ufficiali siano stati portati davanti alla giustizia per violazione dei diritti umani.
Continuano inoltre ad
essere colpiti i gruppi più vulnerabili, le donne, le minoranze religiose e i più poveri. Addirittura,
i parenti delle vittime dell'era Mubarak che si aspettavano giustizia da questa giunta militare, hanno ottenuto ulteriore delegittimazione."
In piazza sono scese anche molte donne. Alcune hanno denunciato di aver subito torture e di essere state costrette a sottoporsi a test di verginità. Che condizione vivono oggi le donne egiziane?
"Da un punto di vista politico
sono state tagliate completamente fuori, il loro spazio oggi è una piazza, Piazza Tahrir, ma è una piazza extraistituzionale, rimane
la piazza della collera, della rabbia, della protesta. Non sono state incluse nei progetti di transizione verso un nuovo Egitto perché secondo la visione portata avanti dalla giunta militare, il loro posto è a casa. Lo dimostra proprio l'episodio che ricordavate, con gli arresti avvenuti intorno all'8 e 9 marzo di
17 manifestanti costrette a sottoporsi al test della verginità. L'obiettivo, perseguito dai militari, era quello di dimostrare che vergini non erano e
dunque erano equiparabili a delle prostitute e in quanto prostitute occupavano la piazza che dunque diventava una piazza di prostitute. E' così che si delegittima un movimento."
Quale evoluzione avranno le rivolte in Egitto e più in generale nel mondo arabo? Saranno sedate con il rovesciamento dei governi esistenti, o dobbiamo aspettarci altro?
"Quando finisce un governo possono cambiare le leggi, possono cambiare i colori delle divise,
quello che cambia con più difficoltà è una cultura basata sul disprezzo nei confronti dei diritti umani, sulla discriminazione, sulla violenza. Da questo punto di vista, in Egitto tra il maresciallo
Tantaoui e
Mubarak non c'è differenza alcuna, sono un prodotto di quella cultura che non vede interlocuzione ma vede nemici intorno a sé. E quindi certamente non è sufficiente che cambi un regime, non è sufficiente che finisca un'era. Di certo è importante che questo accada, perché nel giro di pochi mesi ci siamo liberati di oltre un centinaio di anni di repressione mettendo insieme Ben Ali, Gheddafi e Mubarak, ma non basta. La sensazione è che
questa situazione durerà ancora molto ma che sia difficile tornare indietro, perché tornare indietro vorrebbe dire
un costo in termini di vite umane insopportabile e io voglio sperare che nessuno al mondo sia disposto ad accettare altre migliaia di morti in
Siria, altre centinaia di morti in Egitto prima di capire che è il momento di agire con decisione. Quando dico agire con decisione
non penso a interventi militari ma a qualcosa che sia un po' più incisivo del totale appoggio dato fino a adesso alle forze egiziane o della mancanza di azione nei confronti di Assad in Siria."
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