
La ricerca dell'assassino schizza impazzita verso le più svariate ipotesi: servizi segreti, fondi neri del
Sisde rintracciati da Simonetta nel computer, banda della Magliana, serial killer. Chi più ne ha più ne mette. Ma nel registro degli indagati restano solo
Pietrino Vanacore e Federico Valle. Il pm insiste e si va al processo.
Trattandosi di anni ben diversi dai nostri la conclusione non può che essere quella di un totale fallimento.
Il fragile impianto accusatorio non regge l'urto dei processi di primo e secondo grado. Federico Valle e Pietrino Vanacore sono innocenti, non ci sono prove per affermare il contrario.
Profetiche le parole che, a conclusione della vicenda, ebbe a dire
Claudio Cesaroni, il padre di Simonetta: «Noi stiamo aspettando che si trovi il colpevole, non un colpevole».
Dopo tanti e forse troppi colpi di scena l'indagine si inabissa fino al 7 settembre 2007 quando
Busco è iscritto sul registro degli indagati. Da un magazzino dei Ris, in una busta mal conservata e priva di sigilli nella quale chiunque potava mettere le mani, viene ritrovato il reggiseno di Simonetta. Su una macchia organica ritenuta salivare viene estrapolato il dna che risulta essere quello dell'ex fidanzato. Geniale. Dopo venti anni di indagini una prova regina viene individuata nello scoprire che il ragazzo amoreggiava con la fidanzata e che Simonetta non sterilizzava ogni giorno la propria biancheria.
C'è da restare basiti. Ma la pm
Ilaria Calò ha un'altra freccia al suo arco: il morso sul capezzolo. Secondo i suoi periti (mai visto un perito della Procura andare contro il proprio datore di lavoro), questo è compatibile con gli incisivi di Busco. Che, non trattandosi di Dracula, sono del tutto simile a quelli di qualche altro milione di individui.
Ben presto però interviene un ennesimo colpo di scena. I giudici vogliono sentire nuovamente Pietrino Vanacore, il portiere di via Poma, già assolto da ogni accusa in tre gradi di giudizio. E
Pietrino, tre giorni prima dell'audizione, viene trovato morto. Suicida o suicidato. Non lo sapremo mai, vista l'abilità degli inquirenti che si susseguono su questo caso.
La pm Ilaria Calò ha però le idee chiare sull'uomo che non può più difendersi: "
Ha depistato per vent'anni".
Il processo si regge solo ed esclusivamente su questi fragilissimi indizi. E deve escludere ogni altro elemento, quale tracce di sangue, impronte, perizie sul videotel, biglietti trovati sul luogo del delitto, pur di far rientrare le supposizioni dell'accusa nel debolissimo teorema accusatorio.
Sappiamo come è andata a finire: ventiquattro anni di condanna.
Questo non è un errore giudiziario.
Paradossalmente, Brusco potrebbe anche essere colpevole perchè sparando a casaccio qualche volta può perfino capitare che ci si becchi. In un sistema penale che sta tornando lombrosiano e nel quale le prove non contano più nulla, potrei pure dire che Brusco ha la faccia antipatica del perfetto colpevole. Ogni giorno nei tribunali si condannano sconosciuti solo per la faccia. Ora la chiamiamo prossemica, che fa più moderno e ha più appeal, ma è la stessa cosa. Dunque, sicuramente Brusco è l'assassino. Ma il processo di
via Poma è anche l'ennesima prova di ciò che, ossessionati da toghe rosse, gialle o a pois, non vogliamo più vedere, ovvero l'inversione dell'onere della prove, nuovo dogma del nostro sistema penale. Se il diritto si basa sul dovere dei giudici di provare la colpevolezza, sempre più spesso accettiamo che si stravolga uno dei principi fondamentali del nostro vivere civile. E cosciente dell'impopolarità di tale assunto mi sento di ripeterlo.
Al berlusconismo e all'antiberlusconismo che hanno congelato il dibattito sulla giustizia dobbiamo forse mettere in conto anche questa assurdità. Lottavamo per uno Stato equo e ci ritroviamo tirati in mezzo ad una guerra di religione, nella quale ogni istanza riformatrice è messa in discussione dall'esigenza primaria di abbattere l'avversario politico. Qualcuno sostiene che caduto Berlusconi rientreranno le anomalie giudiziarie. Io non ne sono convinto. Il garantismo non è un abito che si può mettere e dismettere a piacimento. Fa parte del dna di un popolo.
La cultura garantista, che è stata uno dei capisaldi civili di questo paese, si è tragicamente smarrita per strada. Resta nei mugugni di corridoio di avvocati e tecnici onesti sempre più impossibilitati a svolgere il proprio lavoro. Si percepisce quotidianamente nel disagio di quanti frequentano i tribunali, in special modo le
Procure più importanti.
L'87% dei processi finiscono ormai con l'accoglimento da parte della Corte degli assunti accusatori portati in aula dai pm. Un dato sconcertante, che segnala l'urgenza di un serio dibattito. Il fatto che, a parole, questo sia un cavallo di battaglia di una parte politica non assolve l'opposizione dai propri doveri.
Abbiamo bisogno di una magistratura autorevole non autoreferenziale e la sentenza di via Poma, come altre che hanno il torto di essere meno famose, va in direzione opposta.
(3 - fine)
Leggi:
Quel pasticcio di via Poma (1ª parte)
Quel pasticcio di via Poma (2ª parte)
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Non voglio fare l'avvocato difensore di Brusco ma credo che un morso sul seno di quella che era la sua fidanzata non prova certo la sua colpevolezza.
Ci sono altre prove?
Sicuramente Pietrino Vanacore sapeva qualcosa ma non ha mai parlato.
Ho avuto il tempo di leggermi le tre puntate. Incredibile. Forse la vicenda merita un libro, o forse ce ne son già in circolazione. Ma ora ne so un pelino in più... È dura essere informati perchè devi avere tempo e devi scovare le notizie nel ciarpame mediatico odierno.
Ottima ricostruzione di un delitto imperfetto. Lette, stampate e archiviate. ;-)